Domani i funerali del maresciallo Daniele Paladini

Martedì pomeriggio, alle ore 15,30, nella Chiesa collegiale di Novi Ligure [Alessandria], ci saranno i funerali del nono soldato italiano ucciso in Afghanistan. Il corpo del maresciallo Daniele Paladini, del secondo reggimento del genio, è arrivato a Roma nella notte tra lunedì e martedì, con un volo militare che trasportava anche gli altri tre militari feriti nell’attacco kamikaze avvenuto sabato nel villaggio di Pamghan, una ventina di chilometri da Kabul. I feriti sono ricoverati all’ospedale militare del Celio, dove stamattina è andato il presidente della repubblica Giorgio Napolitano. Dopo il lutto e la solidarietà alla famiglia del militare ucciso, l’attacco di domenica riapre, con urgenza, la questione della missione militare italiana in Afghanistan. Tra pochi giorni, l’Italia assumerà il comando della missione Isaf della Nato e secondo alcune analisi anche per questo negli ultimi mesi gli attacchi contro le truppe italiane [2400 uomini circa, divisi tra Kabul ed Herat]. Provocatoriamente, Francesco Cossiga ha presentato lunedì un’interrogazione parlamentare al governo per chiedere se non sia il caso di «rifiutare il comando Isaf», visto che il contingente italiano è «una missione di militari, ma non militare», al contrario di quanto avviene – secondo l’ex presidente – per i contingenti degli altri paesi della Nato. Al di là dello stile di Cossiga, il nervo afghano è molto scoperto, perché il governo Prodi, nonostante alcuni slanci, continua a rimanere impantanato nell’ambiguità di una missione «di pace in un contesto che presenta molte caratteristiche della guerra» [secondo la celebre definizione del ministro della difesa Arturo Parisi]. La Nato punta ancora tutto sull’opzione militare, mentre il fallimento della ricostruzione politica e civile alimenta il malcontento che ingrossa le file dei talebani. L’Italia, in questa cornice, si trova sempre più risucchiata nei combattimenti di prima linea. Oltre l’attentato di Pamghan [costato la vita a nove civili afghani, di cui quattro bambini], la pressione della guerriglia cresce anche nella zona ovest del paese, attorno a quella provincia di Herat dove gli italiani hanno il quartier generale del loro Provincial reconstruction team.
Da almeno dieci giorni, a Herat e Farah, verso il confine con l’Iran sono in corso azioni militari della guerriglia e combattimenti con i soldati dei reparti della Nato. Secondo una ricostruzione apparsa sul Sole24Ore, l’intervento dei blindati Dardo dei bersaglieri e degli elicotteri d’attacco Mangusta avrebbe permesso alla Nato di riconquistare il distretto di Gulistan, preso dai talebani nei mesi scorsi dopo una breve parentesi di controllo britannico. Lettera22 scrive inoltre che a Herat sono ormai quotidiani i lanci di razzi, imprecisi ma molto fastidiosi, contro l’aeroporto adiacente alla base italiana.
La domanda, allora, diventa: c’è una strategia della guerriglia contro gli italiani? Secondo il generale Mario Arpino, ex capo di stato maggiore dell’esercito, sì. In un’intervista al quotidiano romano «Il Messaggero», Arpino spiega che la guerriglia afghana potrebbe pensare che il contingente italiano – per le regole d’ingaggio e per le difficoltà politiche che circondano la missione – è il più vulnerabile e quindi il bersaglio più facile. Il ragionamento di Arpino è la punta di un iceberg che arriva fino ad ampi settori della maggioranza di governo. Da quando Parisi ha deciso, nella scorsa estate, di inviare i Mangusta e i Dardo in Afghanistan, l’assetto del contingente militare italiano è cambiato, anche se le regole d’ingaggio continuano a essere quelle di una missione «non combat» e difensiva. La morte di Daniele Paladini potrebbe essere l’occasione propizia per cambiarle e adeguarle al «contesto che presenta molte caratteristiche della guerra». La dinamica dell’attacco di sabato – i lavori al ponte, i civili che guardano, il geniere che cerca di fermare il kamikaze – offrono l’occasione per modificare la «narrazione» corrente sulla missione italiana in Afghanistan.

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