E’ sciopero generale di un giorno in sei delle nove province boliviane. Lo sciopero è stato convocato dai cosiddetti movimenti civici, che fanno capo alle oligarchie terriere di Santa Cruz, la città più ricca del paese, nell’Oriente. E’ uno sciopero contro il governo di Evo Morales ed è stato organizzato dopo gli scontri avvenuti a Sucre la scorsa settimana e costati la vita a quattro persone, tre manifestanti anti-Morales e un poliziotto. Lo sciopero serve a contestare la costituzione approvata a Sucre nell’assemblea costituente, ma con i soli voti del Mas, il Movimento al socialismo, il partito di Morales. Secondo i movimenti «civici», la nuova costituzione attribuisce troppo potere al presidente e crea una sorta di «dittatura indigena». Le province i cui governatori aderiscono allo sciopero vogliono una maggiore autonomia locale che nel caso di Santa Cruz, epicentro della protesta, sfiora l’indipendenza. Lo scontro sulla costituzione evidenzia una frattura molto più profonda tra le due anime della Bolivia, quella dei movimenti indigeni e contadini, molto forti soprattutto nell’Ovest, sull’Altopiano andino, e nelle regioni centrali del Tropico di Cochabamba, e quella dei grandi latifondi bianchi, radicata nell’Oriente e rivolta più verso il Brasile che verso La Paz. Morales ha detto che lo sciopero «è una difesa del neoliberismo» e mina l’unità nazionale. La gravità della situazione è testimoniata anche dall’intervento del segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon che ha invitato governo e movimenti a «mantenere la calma». Quasi un presagio, più che un invito.
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