Domenica si svolgeranno le elezioni parlamentari russe. Non ci sono molti dubbi nè particolari attese riguardo i risultati. Il partito di Vladimir Putin – Russia Unita – vincerà le elezioni come già nel 2003 e nel 1999. La sostanziale novità è che, per la prima volta dal 1991, il presidente si candida per un seggio parlamentare. L’intento politico è chiaro: il 2 marzo si voterà per le presidenziali e Putin non potrà candidarsi. Entrando nella Duma rimarrà al centro della scena politica, puntando probabilmente a rivestire il ruolo di primo ministro dopo l’elezione del nuovo presidente. Al momento, la figura del premier è irrilevante nel panorama istituzionale in quanto il presidente ha i poteri di uno zar. Può legiferare per decreto, sciogliere il Parlamento e sceglie autonomamente i ministri del governo che rispondono a lui e non alla Duma. La mossa di Putin, quindi, implicherebbe un rilevante cambiamento delle regole istituzionali con la diminuzione dei poteri del presidente a favore del premier e – indirettamente – del Parlamento. La mossa ha come unico obiettivo quello di mantenere Putin al centro della scena politica ma potrebbe allo stesso tempo aprire la strada per un rinnovamento democratico, almeno dal punto vista istituzionale.
Finora la repubblica ultrapresidenziale richiedeva figure estremamente carismatiche – come Boris Yeltsin e Putin – capaci di mantenere le redini del gioco politico. Yeltsin era riuscito ad accentrare su di sè tutto il potere ma era rimasto vittima di questo accentramento. Lo stato cadeva a pezzi e per tenere buoni oligarchi e vecchia nomenklatura lo Zar Boris era disposto a concedere loro qualsiasi tipo di privilegio. In primis, quello di rubare. La malattia e la passione per la bottiglia avevano poi peggiorato le cose. Putin, nato dal nulla, si è subito preoccupato di rimettere lo stato in sesto. Ha rimesso in riga i governatori regionali che si comportavano da piccoli monarchi sul loro territorio e ha smesso di concedere privilegi extra-legem agli oligarchi. Il ritorno dello stato non va però confuso col ritorno di politiche sociali, anzi. La presidenza Putin si è contraddistinta per il suo carattere neo-liberale, in cui i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri, se possibile, ancor più poveri. Ma Putin, al contrario di Yeltsin, ha saputo costruirsi un consenso stabile ed importante, tant’è che ha vinto quelle elezioni parlamentari che Yeltsin sempre perdeva e alle presidenziali non ha neanche avuto bisogno del secondo turno. Tuttavia, anche sotto la presidenza di Putin, il sistema politico è rimasto sottosviluppato, ed i partiti non si sono radicati, soverchiati dalla centralità del presidente. Lo stesso partito Russia Unita deve sostanzialmente le sue fortune elettorali all’appoggio presidenziale.
Nonostante Putin goda di quell’appoggio popolare che a Yeltsin mancava, la democrazia russa sembra sia in fase di regressione. Anche nei giorni scorsi le manifestazioni dell’opposizione sono state represse dalla polizia, e ormai si tratta di una triste ricorrenza. Di recente si è aperta anche una grave polemica con l’Osce che voleva mandare gli ispettori internazionali a monitorare le elezioni. L’Organizzazione ha ritirato quasi in toto la sua delegazione accusando la Russia di pratiche poco democratiche. Non si può certo negare che le elezioni russe siano viziate da brogli e illegalità, ma l’atteggiamento dell’Osce è davvero sospetto. Nelle elezioni del 1999, o in quelle del 1996, i candidati di opposizione furono oggetto di campagne scandalistiche da parte delle televisioni al soldo di Yeltsin e i comunisti non ebbero praticamente accesso ai mezzi di informazione. Nel 1996 durante le presidenziali si assistette ad episodi di brogli di massa. In tutte queste occasioni, però, gli ispettori internazionali certificarono la sostanziale correttezza delle operazioni di voto – Yeltsin era il «nostro uomo» in Russia. Da quando Putin ha inziato ad osteggiare l’offensiva globale statunitense, eccolo avviato sul cammino della trasformazione in un dittatore. L’ Osce ha tenuto lo stesso atteggiamento ipocrita in Ucraina, mentre in Bielorussia alcuni ispettori sono stati pizzicati mentre distribuivano materiale propagandistico contro il presidente Lukashenko, screditanto platealmente la loro funzione di osservatori super partes. Putin, lo abbiamo più volte ripetuto, ha pochissimo rispetto per le regole democratiche, il suo atteggiamento è rozzo e barbaro – come dimostrano le repressioni poliziesche – e la guerra in Cecenia ce lo ha mostrato nel suo volto più sanguinario ed efferrato. Tuttavia, l’atteggiamento occidentale nei suoi confronti è funzionale agli interessi geopolitici statunitensi ed europei e la campagna propagandistic anti-russa non ha altro effetto che legittimare il presidente agli occhi dei suoi concittadini.
Putin, dunque, ancora una volta trionferà in queste elezioni, deciderà il nome del suo successore e aggiusterà la costituzione per rimanere il vero e unico capo incontrastato di tutte le Russie, da San Pietroburgo a Valdivostock. Non esiste una vera opposizione in grado di sbarrargli la strada. La legge elettorale – che farebbe felici molti in Italia – stabilisce uno sbarramento altissimo, portato recentemente al 7 percento, col risultato che pochissimi partiti entreranno in parlamento. Le previsioni danno addirittura solo quattro partiti in grado di farcela: oltre a Russia Unita, dovrebbero superare la soglia di sbarramento il Partito Comunista, i liberal-democratici [in realtà nazional-fascisti] di Zhirinovski e il partito Russia Giusta – una creazione del Cremlino per raccogliere voti di centro-sinistra in libera uscita. D’altronde, già sotto Yeltsin l’unica vera opposizione [inefficace e sterile] era rappresentata dai comunisti. Tale situazione si è consolidate sotto Putin, basti pensare che il principale cartello di opposizione nel 1999 [Madrepatria-Tutta la Russia] si sciolse poco dopo le elezioni confluendo sostanzialmente nel partito putiniano – che ambisce a diventare un partito di notabili sul modello del Partito rivoluzionario istituzionale messicano, al potere per oltre 70 anni prima di essere spodestato dal Pan di Vicente Fox.
I comunisti non rappresentanto nessuna vera alternativa a Putin. Durante gli anni di Yeltsin, invece di riformarsi, il partito ha puntato sostanzialmente sulla voglia di riscatto di una popolazione umiliata e sul rimpianto per la vecchia Urss, senza offrire una vera alternativa, soprattutto sociale ed economica. Putin ha fatto furbescamente proprie le bandiere dei comunisti, ripristinando il vecchio [bellissimo] inno sovietico e la sfilata militare il 9 Maggio, anniversario della vittoria contro il nazismo. Ha attaccato verbalmente gli Stati uniti, accusati [a ragione] di aver imposto una transizione catastrofica alla Russia, e si è simbolicamente distaccato da Yeltsin, arrivando a far mettere in galera alcuni oligarchi e a metterne in fuga altri. Mosse di sicuro effetto presso l’elettorato russo che odia ferocemente tutti i personaggi legati al periodo yeltsiniano [e infatti i liberali hanno pochissime chance di entrare in parlamento]. Certo, al popolo sono rimaste le briciole mentre gli oligarchi che non si sono ribellati a Putin sono diventati ancora più ricchi, ma il presidente si è saputo costruire un’immagine di rottura col recente passato. Importanti fasce di malcontento sociale rimangono, se pensiamo che proprio il partito comunista, che da ormai 15 anni tutti gli analisti danno prossimo all’estinzione, anche questa volta risulterà essere il secondo partito e punta ambiziosamente a una percentuale tra il 15 ed il 20 percento. Ma non sarà certo questa una spina nel fianco di Putin.
Stabilizzando il controllo sul paese, Putin punta a riproporre il modello cinese in Russia. Stato forte e autoritario e mercato in espansione. Rimane però il dubbio che la Russia arrivi con troppo ritardo. L’amministrazione statale, come detto, si è sicuramente rafforzata sotto Putin, ma il capitale finanziario e industriale continua a fare il bello ed il cattivo tempo, mentre in Cina la supremazia del Partito comunista – se così è ancora possibile chiamarlo – non è in discussione. Lo stato cinese è l’artefice del boom economico, in Russia, invece, senza il benestare del grande capitale, lo stato è impotente. Putin, per altro, deve non poco della sua carriera politica a circostanze favorevoli. Nel 1998, al tempo della crisi finanziaria russa, il petrolio era quotato a 12 dollari al barile, oggi il prezzo è quasi decuplicato. Ciò ha rappresentato un aiuto essenziale per la stabilizzazione dell’economia russa, per il rafforzamento del potere politico e, ovviamente, per il rinnovato spirito antagonista russo nelle relazioni internazionali – tre elementi indispensabili per comprendere la popolarità e il successo di Putin. Oltre lo splendore dell’oro nero e del gas naturale, non sembra che la Russia sia ancora in grado di reggersi davvero con le proprie gambe, al contrario della Cina. E allora, lo scenario politico, al momento immobile, potrebbe cambiare drasticamente, riportando al centro della scena dinamiche sociali e politiche sopite, carsiche, ma pur sempre pronte a riemergere prepotentemente. La scommessa di Putin è proprio questa: stabilizzare il potere politico – in forma autoritaria – per garantire l’esistenza dello stato russo come entità geopolitica rilevante. Putin sa di trovarsi in cima a un gigante dai piedi di argilla e pensa di poter consolidare lo stato attraverso la riproduzione del suo potere personale. Sembra però ignorare che sistemi politici troppo personalizzati hanno storicamente sempre fallito. Non saranno certo queste elezioni a farlo ricredere.
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