Perché il vertice di Annapolis riguarda l'Iran

Era stata inizialmente presentata come una conferenza di pace per trovare una soluzione decisiva al conflitto israeliano-palestinese. Ma, man mano che si avvicinava l’ambiziosa conferenza tanto voluta dal presidente George W. Bush – il suo maggiore sforzo di riavviare i negoziati di pace in sette anni – ogni possibilità di consistenti passi in avanti è apparsa più lontana che mai, visto che i leader israeliani e palestinesi litigavano e fino all’ultimo non riuscivano a raggiungere un’intesa. Se non quella di continuare a negoziare, più per nascondere le proprie debolezze interne che per reale convizione.
Il vertice di Annapolis è durato solo 24 ore – neanche sufficienti a fugare le paure e i sospetti che hanno alimentato la più lunga crisi umanitaria mediorientale. Ma, appena una settimana dopo, sembra che il summit, a cui hanno partecipato 40 paesi, inclusi 16 stati della Lega araba, è servito ad uno scopo più importante – cioè convincere Israele e i regimi arabi che il pericolo maggiore arriva dall’ascesa dell’Iran e della sua versione di radicalismo islamico sciita. «Si sta svolgendo una battaglia per il futuro del Medio oriente, e non dobbiamo cedere agli estremisti», ha detto Bush durante la conferenza, offrendo un sinistro punto di vista sulla regione, in linea con la sua visione dualistica del bene contro il male. «Con le loro azioni violente e il loro disprezzo per la vita umana, gli estremisti stanno cercando di imporre un punto di vista buio sul popolo palestinese, che si alimenta di sconforto e disperazione per seminare caos in Terra Santa. Se questa idea prevale, il futuro nella regione consisterà di terrore infinito, guerra infinita e sofferenze infinite», ha aggiunto Bush. Il desiderio del presidente Bush di impostare Annapolis come una conferenza anti-terrorismo alle spese del più lodevole scopo della pace, potrebbe inasprire gli animi di molti cittadini nella regione, ma il fatto che ci fossero tanti stati arabi – e prima di tutto la Siria, alleata dell’Iran – suggerisce che il calcolo strategico dei governi mediorientali è irrimediabilmente cambiato dopo l’invasione all’Iraq del 2003. E segnala anche che molti dei regimi autoritari della regione sono preoccupati che un Iran dotato di armi nucleari possa assumere un ruolo egemonico nel Golfo e minacciare la loro sicurezza. «L’egemonia iraniana è diventata estremamente preoccupante per gli stati arabi sunniti, ed essi, insieme a Israele, si sono improvvisamente trovati dalla stessa parte contro gli iraniani», ha detto Martin Indyk, l’ex assistente speciale di Bill Clinton, in un’intervista alla National public radio di Washington il giorno della conferenza. Questa convergenza ha creato un’opportunità strategica, che l’amministrazione statunitense ha finalmente capito, e che è stata la vera spinta che ha portato alla conferenza di Annapolis. Indyk ha lavorato alla Commissione Affari pubblici israelo-americana ed è stato direttore esecutivo e tra i fondatori del Washington institute for Near east policy. Washington, secondo Indyk, pensa che, isolando l’Iran, si possa stabilizzare la regione, ma l’esclusione dell’Iran dall’ordine politico mediorientale ha rafforzato il desiderio di Teheran di fare il guastatore nelle iniziative degli Stati uniti nel Golfo e anche oltre, come dimostra l’ottimo rapporto costruito con il Venezuela di Hugo Chavez. Il sentiero diplomatico di Washington è rimasto per gran parte inefficace perchè la Casa bianca ha sempre visto l’Iran attraverso il prisma di una campagna vittoriosa in Iraq, ma non ha mai preso in considerazione la possibilità di fallimento e le conseguenze regionali di questa eventualità sempre meno remota. Quattro anni dopo la «liberazione» di Baghdad, il pantano iracheno ha guastato la visione idealistica della Casa bianca di un nuovo Medio oriente, e l’Iran è diventato il principale beneficiario della politica estera da incubo di Washington. Mentre il muro di presunzione della Casa bianca è crollato, l’amministrazione continua comunque ad avere atteggiamenti aggressivi verso Teheran, offrendo negoziati molto restrittivi sul suo programma nucleare, e promuovendo sanzioni da parte Consiglio di sicurezza dell’Onu. Nello stesso tempo, la Casa bianca porta avanti le proprie sanzioni unilaterali contro un elemento chiave dell’apparato di sicurezza dell’Iran, le Guardie della rivoluzione. Sembra che gli Stati uniti vogliano affrontare l’Iran aumentando la pressione sugli argomenti di loro più urgente interesse, come la sicurezza in Iraq e il presunto sostegno iraniano ad alcune formazioni politiche sciite ostili agli statunitensi.
L’antipatia tra Stati Uniti e Iran risale alla rivoluzione islamica iraniana del 1979, che depose lo scià Mohammad Reza Pahlavi, appoggiato dagli Stati uniti, e portò al potere il carismatico e reazionario ayatollah Ruhollah Khomeini. Lo scià era stato installato al potere nel 1953, grazie a un golpe orchestrato dalla Cia contro il presidente Mossadeq, democraticamente eletto dai cittadini iraniani tre anni prima. La «colpa» di Mossadeq era stata la nazionalizzazione delle risorse petrolifere e di gas naturale del paese. Mentre è chiaro che gli imperativi di sicurezza sono cambiati per gli Stati Uniti dopo la caduta dello scià, la nascita della Repubblica islamica nel 1979 non ha mutato in generale gli interessi geopolitici di due fondamentali attori regionali: l’Iran e Israele. L’Iran aveva bisogno di Israele per controbilanciare le minacce che arrivavano dai vicini arabi, in particolare dall’Iraq, così come l’incombente minaccia dell’influenza sovietica nella regione. Dal punto di vista di Israele, l’Iran faceva da contrappeso all’Iraq, e Tel Aviv vedeva il regime ba’athista di Saddam Hussein come il pericolo più immediato. Con questo prisma, Israele ha continuato a vedere l’Iran – nonostante la retorica al vetriolo di Khomeini contro «l’entità sionista» – come suo alleato con interessi comuni: controllare l’Iraq. Baghdad è stata neutralizzata fin dalla Guerra del Golfo del 1991, logorata dalle sanzioni volute dagli Stati uniti, ma l’invasione del 2003 e i suoi sviluppi hanno permesso all’Iran di estendere la sua influenza sul territorio del suo precedente nemico.
Mentre la Casa bianca di Bush continua a dipingere Teheran come la propria nemesi ideologica irriducibile – il vero architetto del terrorismo di matrice islamica – Teheran ha fatto aperture agli Stati Uniti nella speranza di porre le basi per una normalizzazione dei rapporti. L’Iran ha condannato gli attacchi dell’11 settembre, ha promesso di combattere Al Qaeda e i talebani in Afghanistan, e , durante il suo momento di estrema debolezza e il momento di maggior potere per Washington – nei primi giorni dell’invasione all’Iraq – l’Iran ha comunicato la sua disponibilità a mettere sul tavolo delle trattative con gli Stati Uniti sia il suo programma nucleare sia il supporto ai gruppo islamici come Hamas, Hezbollah e la Jihad islamica, nella speranza di essere inserita nella lista dei nemici sconfitti di Washington: Saddam Hussein e i talebani.
«Gli iraniani avevano contatti importanti con personaggi afghani di primo piano ed erano pronti ad usare la loro influenza in maniera costruttiva collaborando con gli Stati Uniti», ha detto Flynt Leverett, un membro di vecchia data dell’American institute di Washington, in un’audizione alla Commissione della camera dei deputati sulla sicurezza nazionale e gli affari esteri agli inizi del mese. La speranza era che, impegnando l’Iran sull’Afghanistan, gli Stati Uniti potessero poi convincerlo a rinunciare al supporto militare ai gruppi armati che spaventano Israele. Ogni possibile cooperazione è stata fatta naufragare dai neoconservatori alla Casa Bianca, che non erano disposti a fare alcun passo per coinvolgere l’Iran. La strategia statunitense nei confronti della Siria sembra anch’essa essere cambiata, nel tentativo di spezzare l’alleanza di Damasco con l’Iran. La Siria è stato l’unico paese arabo ad appoggiare l’Iran dopo la rivoluzione islamica e al tempo della guerra contro l’Iraq, ma molti analisti affermano che l’alleanza tra i due paesi è più basata sulla necessità che non su affinità ideologiche. La Siria ha difeso la sua partecipazione alla conferenza di Annapolis, sostenendo di essere aperta a qualsiasi serio tentativo di raggiungere un accordo di pace con Israele che porti al ritorno delle Alture del Golan. Il vice-primo ministro degli esteri siriano, Faysal Mekdad, ha detto alla conferenza che il suo paese era sincero nello sforzo di raggiungere una pace giusta e definitiva. L’amministrazione Bush ha rimproverato pubblicamente lo speaker della Camera dei deputati Nancy Pelosi per aver fatto visita al presidente siriano Bashar Al-Assad a Damasco poco più di un anno fa, ma durante la conferenza di Annapolis ci son stati segnali di un nuovo desiderio da parte di Washington di negoziare con la Siria, specialmente sullo stallo dell’elezione del nuovo presidente libanese, la più grande crisi politica del paese dei cedri dai tempi della guerra civile. Secondo un articolo del Wall Street Journal, gli alleati politici di Washington hanno raggiunto un intesa per porre fine alla loro opposizione a un candidato presidente considerato filo-siriano.
«In fin dei conti, gli Stati uniti possono ottenere più da Assad in cambio delle Alture del Golan che isolandolo», ha scritto Mohamad Bazzi, membro del Consiglio sulle relazioni estere, in una colonna di commento apparsa sul Christian Science Monitor. Se ci fossero negoziati seri, Washington potrebbe chiedere la fine delle interferenze siriane in Libano e in Iraq, di portare avanti riforme interne, e di far cadere il supporto siriano ad Hamas e agli altri gruppi palestinesi che rifiutano una pace con Israele.
Resta però da vedere quanto gli Stati uniti possano beneficiare dal continuare a escludere l’Iran dalla prospettiva più ampia del futuro della regione.

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