Il rapporto delle sedici agenzie di spionaggio statunitensi che ha smentito le affermazioni della Casa bianca sul programma nucleare iraniano è una sorpresa solo a metà. Gia i rapporti dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica [Aiea] avevano rimarcato, seppur con una certa ambiguità, che non c’erano prove evidenti né della volontà iraniana di costruire armi nucleari, né dell’esistenza di un programma segreto. La sorpresa è più che altro interna all’amministrazione statunitense, dove, evidentemente, i tamburi di guerra con cui Bush vorrebbe concludere il suo secondo mandato hanno pochi suonatori. Indicare il 2003, anno dell’invasione dell’Iraq, come data dopo la quale l’Iran non avrebbe più portato avanti il programma nucleare militare equivale a sconfessare gli ultimi quattro anni di politica estera della Casa bianca, orientati al «cambio di regime» a Teheran. La Casa bianca non si è fatta trovare impreparata. Da diversi mesi, con l’aumentare delle difficoltà diplomatiche nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, l’argomento principale contro l’Iran non è più il programma nucleare ma «l’interferenza» in Iraq, in Libano e in Palestina. Contro la Repubblica islamica, la Casa bianca sta cercando di costruire una «coalizione dei volenterosi» che alimenta la rivalità tra arabi e persiani, sunniti e sciiti, come contrappeso al «panislamismo» su cui fa leva il governo di Teheran. Privato della carta nucleare, Bush non ha rinunciato alla partita. Anzi. Un tappo sulla crisi istituzionale libanese e un negoziato forzato tra israeliani e palestinesi potrebbero convincerlo che il momento sia ancora buono. A condizione di sfruttarlo subito.






