Tra i guajeros di Città del Guatemala

Davanti alla discarica di Ciudad de Guatemala, la più grande del Centroamerica, ci sono guardie che controllano l’ingresso. Indossano una mascherina per proteggersi dai fumi che si alzano dai mucchi di rifiuti. Una precauzione che i circa tremila «guajeros» – così vengono chiamati i raccoglitori che lavorano nella discarica, emarginati e discriminati per la loro attività – ignorano, al massimo hanno il naso e la bocca coperta da un fazzoletto per proteggersi dalla polvere agitata dai camion che scaricano sacchi di spazzatura. Per lo più carta, plastica, nylon e vetro in parte già divisi. Ma tra i rifiuti ci sono anche batterie, pesticidi, solventi, detersivi, ferro arrugginito. All’arrivo dei camion, i guajeros dividono i rifiuti e li ammucchiano. Vicino all’ingresso del «basurero», c’è quello che da lontano potrebbe sembrare un mercatino. Banchi e ombrelloni, su un tappeto di rifiuti solidi. Sono gli intermediari, comprano chili di rifiuti che poi rivenderanno alle grandi imprese di riciclaggio. Samuel Leon è uno di loro. La faccia sorridente, lavora qui da vent’anni, compra la plastica a 5 quetzal al chilo e la rivende alla fabbrica che la ricicla per 7 quetzal. In un giorno arriva a circa cento chili di «basura».
Nel 2005 un incendio ha spinto il sindaco Alvaro Arzu Irigoyen a regolamentare l’ingresso della discarica e a vietarlo ai minori. Per lavorare nella discarica bisogna essere muniti di una tessera rilasciata dal municipio. Prima vi lavoravano molti bambini, provenienti sopratutto dalla zona tre della capitale del Guatemala, stretti vicoli di fitte casette di latta e cemento, a ridosso della discarica. Una zona molto povera della città – dove vive poco meno di un milione di persone e che si divide in 22 zone e 16 distretti – e dove si concentrano ben 59 baraccopoli. Julia, 20 anni, mamma di un bambino di quattro mesi, racconta di essere cresciuta nella discarica, dove lavorava insieme alle sette sorelle, perché sua madre non sapeva dove lasciarli. Un padre che trattava lei e le sorelle «come prostitute». Poi la sua strada ha incrociato il programma contro lo sfruttamento del lavoro minorile, avviato nel 2004 e promosso dalla municipalità di Città del Guatemala insieme all’organizzazione internazionale del lavoro [Ilo] e all’Ong piemontese Mais, al quale partecipa dal 2006 anche la Cooperazione allo sviluppo italiana, con un finanziamento di 720 mila euro per il 2007-2008. Oggi Julia è una dei circa cinquanta promotori del progetto di recupero e si aggira per le zona tre e sette di Città del Guatemala, per parlare con bambini e ragazzi e spiegarli che esistono prospettive diverse della discarica. Quando accenna alla sua storia, la sua voce trema ma si riprende e in uno slancio di rabbia dice, forte, «Basta Ya!» al lavoro infantile e all’irresponsabilità dei genitori. «Un sostegno economico alle famiglie – spiega Julia – per evitare che mandino i figli a lavorare è utile ma serve anche un cambiamento culturale. I padri dovrebbero educare i figli invece di maltrattarli e spingerli a restare nella stessa situazione». Per questo è stato creato, proprio vicino alla discarica, un «centro di compensacion», diretto dal Mais e portato avanti da Doña Rosario, una cinquantenne minuta, capelli corti e occhi scuri. «Lavoriamo – racconta Rosario – con ragazzi che hanno molti problemi, spesso consumano droghe e oltre alla povertà economica soffrono anche la mancanza di affetto. La nostra missione è di permettergli di immaginare un altro futuro, cambiando la situazione in cui vivono. Molti la mattina seguono una formazione con una borsa lavoro e al pomeriggio vengono qui a studiare. In settimana 84 ragazzi seguono le lezioni, il fine settimana sono 35, hanno tra i 15 e i 18. Perché possano seguire questo percorso di recupero diamo alle famiglie un compenso economico. Dopo il percorso di reinserimento molti hanno trovato un lavoro nel ‘verde pubblico’, assunti dal comune o da imprese private».

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