Il nuovo trattato europeo firmato oggi a Lisbona è un passo avanti, anche se ancora timido, verso quell’idea di Unione non solo monetaria che rimane l’aspirazione di molti cittadini europei. Anche se non si tratta della Costituzione che vorremmo stabilisse un’Europa aperta, con al centro i diritti sociali e una politica estera coerente con i valori che dice di perseguire, il trattato di Lisbona contiene delle novità importanti. Sul piano del funzionamento dell’Ue, è stato superato il principio dell’unanimità, che spesso ha paralizzato le istituzioni comuni, ed è stata stabilita almeno l’architettura di una politica estera comune. Inoltre, sono stati rafforzati alcuni poteri del parlamento, che rimane l’unica istituzione comune eletta direttamente dai cittadini. Sul piano del merito, è un fatto importante che la Carta europea dei diritti fondamentali, approvata nel 2000, diventi finalmente parte integrante dei trattati e quindi giuridicamente vincolante per i governi che hanno firmato.
Le ombre più profonde riguardano la clausola di «opt out» che il Regno unito è riuscito a ritagliarsi e che è un precedente molto grave soprattutto perché si tratta dei diritti sociali e civili stabiliti dalla Carta europea. Un altro aspetto negativo è la rinuncia a un inno e a una bandiera comune perché sembra che si voglia accantonare, sul piano simbolico, l’idea stessa di Unione. Nel parlamento europeo abbiamo però deciso di continuare a usare sia inno che bandiera, proprio perché è ancora lungo il cammino da fare, per trasformare l’Europa in qualcosa di molto più ambizioso di un mercato comune.
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