«Non siamo più negli Usa». La protesta dei lakota

Sepolti negli archivi della Rai ci sono ancora i filmati dell’occupazione di Wounded Knee, nel 1973. Si vede un uomo, evidentemente indigeno, che incrocia due pipe di guerra. Attorno a lui, minacciosi e stupiti, i veicoli blindati e i carri armati della guardia nazionale statunitense. Quell’uomo, Russel Means, era uno dei fondatori dell’American indian movement, storica organizzazione dei «natives», gli indigeni del nordamerica. Means fa parte oggi della Freedom delegation che il popolo lakota, noto anche con il nome dispregiativo di Sioux, ha mandato a Washington a consegnare un messaggio storico: i lakota hanno deciso di considerare i trattati firmati con i washichu [i bianchi] esattamente come i bianchi li hanno considerati finora, carta straccia. «Non siamo più cittadini degli Stati uniti», ha annunciato Means in una nota il 13 dicembre scorso. «Siamo i lakota delle riserve indiane Sioux del Montana, del Nebraska, del Nord e Sud Dakota, territori dove abbiamo sofferto il genocidio causato dal regime di apartheid nel quale siamo stati costretti a vivere – scrive la Freedom delegation – siamo a Washington per ritirarci dai trattati costituzionali e tornare a essere una nazione libera e indipendente. Avvertiamo la famiglia delle Nazioni che abbiamo ripreso la nostra indipendenza e la nostra libertà in base alle leggi naturali, internazionali e a quelle degli Stati uniti».
I trattati in questione sono quelli firmati tra il governo degli Stati uniti e il popolo lakota a partire dal 1865, anno del trattato di Fort Laramie. Non hanno mai protetto i lakota dalla fame di terra dei coloni bianchi e le continue violazioni commesse dai bianchi sono state all’origine delle guerre combattute tra i lakota e il loro alleati indigeni contro le truppe federali. La più famosa tra le battaglie delle «guerre Sioux» è quella vinta dai guerrieri indigeni a Little Big Horn, nel 1876, quando il settimo reggimento cavalleria del generale Custer venne completamente accerchiato a distrutto dai guerrieri di Cavallo Pazzo, uno dei grandi capi di guerra lakota.
Lontanissimi dalle gesta dei grandi capi storici come Tatanka Yotanka [Toro seduto, anche se sarebbe meglio tradurre «Bisonte seduto»] e Nuvola Rossa, i lakota di oggi vivono in condizioni miserrime: il 97 per cento di loro vive sotto la soglia di povertà e con un’attesa di vita di appena 44 anni, più bassa perfino di quella dell’Afghanistan; la disoccupazione è all’85 per cento e l’incidenza della tubercolosi 800 volte più alta della media statunitense. Il tasso di suicidi tra i giovani del 150 per cento più alto della media statunitense ed è probabilmente il segnale più evidente [assieme all’alcolismo cronico e diffusissimo] del disfacimento sociale del popolo lakota. Dal 1974, dopo l’occupazione di Wounded Knee [luogo del massacro di un clan lakota nel 1890, simbolicamente assunto come data finale delle «guerre indiane»], i lakota diffusero la «dichiarazione di indipendenza continua» che, dicono oggi i membri della delegazione, è stata l’inizio della rinascita del popolo.
L’azione di Russell Means e degli altri membri della delegazione inviata a Washington è una provocazione estrema, ma non ha nulla di folkloristico, anche se le due pipe di guerra incrociate tornano nel simbolo scelto dal popolo lakota. Means annuncia che la nuova «nazione» emetterà propri passaporti e propri documenti di identità per chi tra gli abitanti dei cinque stati delle Grandi pianure [Nord Dakota, Sud Dakota, Nebraska, Wyoming e Montana] sceglierà di aderire, rinunciando alla cittadinanza statunitense. L’invito è rivolto agli altri popoli indigeni che vivono nella stessa area, ma è soprattutto un modo per sollecitare i popoli indigeni di altre zone degli Stati uniti a contestare la sovranità statunitense sui propri territori.
Nel 1973 a fermare la protesta dei lakota la Casa bianca inviò soldati e carri armati. Potrebbe farlo anche oggi, isolando Pine Ridge e le altre riserve come se fossero Falluja o Baquba.

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