Ho capito l’estate scorsa l’effetto bomba. Era tardo pomeriggio e stavo andando a una riunione a Beirut. Parcheggio la macchina in un vicolo qualunque lungo il marciapiede. Chiudo e mi allontano, dopo pochi metri sento qualcuno alle mie spalle che grida, mi giro e vedo un uomo che mi viene incontro sbraitando delle cose in arabo. Sul momento ho pensato fosse un matto e ho ripreso il mio cammino, ma data l’insistenza e la reazione di altri passanti, ho cercato di capire cosa volesse. Dai cenni nervosi intuisco che si tratta della macchina. Faccio cenno di aver capito, torno indietro e parcheggio qualche decina di metri più avanti. Mentre finalmente mi allontano lo strano parcheggiatore continua a guardarmi sospettoso.
Dalla fine di novembre il Libano è senza un presidente, è come se in Italia non ci fosse il presidente del consiglio e il controllo del territorio è in mano all’esercito. Una sensazione strana, si prova un senso d’incertezza e instabilità. Anche perché non siamo in Italia ma in Libano dove le guerre si susseguono da trent’anni. L’ultima nell’estate del 2006, un guerra di un mese, ma molto intensa e dal risultato inatteso. La resistenza libanese di Hezbollah ha fermato il nemico Israele intaccando per la prima volta la sua superiorità militare nella regione. Cosa che ha ovviamente aumentato la tensione e la voglia di nuovi equilibri politici.
Da un anno il sud del Libano è sono sotto il controllo del contingente militare Unifil guidato dall’Italia. Un impegno importante in termini di uomini e di mezzi anche finanziari. Accanto alle operazioni militari quelle umanitarie, l’Italia è uno dei maggiori donatori di progetti di emergenza e sviluppo. Una presenza che però non è finora servita al Libano per uscire dalla crisi politica che blocca da troppo tempo il governo di Beirut. Stallo politico aggravato da problemi di sicurezza, la battaglia tra l’esercito regolare libanese e il gruppo fondamentalista di Fatah-al-Islam asserragliato nel campo profughi palestinese di Tripoli, la scorsa estate, ha causato 180 morti tra i soldati e un numero imprecisato di vittime tra i rifugiati palestinesi.
E poi ci sono le bombe che esplodono con una regolarità agghiacciante. Le vittime principali sono i soldati dell’Unifil e personalità politiche e militari. Sono bombe con un destinatario preciso ma fanno vittime civili, e tante. E’ il rischio delle autobombe, normali macchine parcheggiate che d’improvviso scoppiano scatenando l’inferno. Un’incubo per chi vive nelle città infestate dalle macchine e dal traffico caotico come quello di Beirut. Se pensi che una qualunque potrebbe essere imbottita d’esplosivo, ti travolge il panico. Esattamente quello che è successo a quel signore accalorato quel pomeriggio d’estate. Era uno dei volontari dei quartieri che controllano seduti sui marciapiedi le macchine sospette. Quando sono tornato a riprendere la macchina ci siamo guardati, e salutandoci c’è scappato un sorriso.
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