Domenica notte Gaza city è rimasta al buio. Niente luce nelle case e nelle strade. Più di ottocentomila persone sono rimaste senza energia elettrica e riscaldamento. Le autorità della Striscia hanno deciso di chiudere i generatori dell’unica centrale elettrica, perché non c’era più carburante per alimentarli. E’ l’effetto del blocco deciso da Israele, da dove proviene, a singhiozzo, il 60 per cento dell’energia elettrica consumata nell’enclave palestinese. Israele sostiene che a Gaza ci sia ancora abbastanza gasolio e che il black out non sia altro che una mossa propagandistica di Hamas [da giugno il movimento di resistenza islamica controlla la Striscia] per cercare di rompere l’isolamento politico internazionale. «Se chiudono la centrale non è per mancanza di carburante, ma perché vogliono creare l’impressione di una crisi», ha detto Shlomo Dror, portavoce del ministero della difesa israeliano.
Le affermazioni israeliane però sono smentite dai dati di un recente rapporto dell’Unrwa, l’Agenzia dell’Onu che assiste i palestinesi. Già alcuni giorni fa, l’Unrwa aveva scritto che senza la riapertura delle frontiere della Striscia e senza nuove forniture di gasolio per i generatori elettrici, i cittadini sarebbero rimasti senza elettricità. Non è, ovviamente, solo questione di comfort: la carenza di gasolio colpisce ospedali, scuole e ogni attività economica, in un territorio dove ormai la stragrande maggioranza della popolazione è senza lavoro e vive grazie agli aiuti internazionali che, per di più, arrivano con il contagocce. Anche i funzionari dell’Unione europea che controllano la distribuzione degli aiuti hanno confermato alle agenzie di stampa internazionali che le scorte di gasolio sono «estremamente ridotte». La situazione è talmente grave che perfino il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas [Abu Mazen] ha lanciato un appello a favore della fine del blocco. Rivolgendosi direttamente al governo israeliano, con il quale in teoria sarebbero in corso negoziati di «pace», Abbas ha chiesto di «interrompere immediatamente il blocco e consentire l’ingresso di rifornimenti e gasolio, per salvare vite innocenti». Abbas ha anche chiesto un incontro dei paesi della Lega araba e ha «minacciato» di coinvolgere il Consiglio di sicurezza dell’Onu, che però si guarda bene dal condannare la punizione collettiva che Israele sta infliggendo ai palestinesi di Gaza.
Il blocco energetico ed economico è solo l’ultimo tassello della strategia israeliana per asfissiare la Striscia, che a settembre del 2007 il governo del primo ministro Ehud Olmert ha dichiarato «entità nemica». Dall’inizio dell’anno, oltre trenta persone sono state uccise e almeno cinquanta sono rimaste ferite per i raid israeliani. Con il pretesto di fermare i lanci di razzi sulle città meridionali di Sderot e Ashkelon, l’esercito israeliano ha più volte compiuto incursioni nella Striscia, sia con le truppe speciali che con carri armati ed elicotteri d’attacco. Le operazioni militari israeliane non hanno fermato il lancio di razzi, ma hanno aumentato la pressione sulla popolazione civile. Oltre a minare la credibilità dell’impegno del governo di Olmert nei negoziati avviati dopo il vertice di Annapolis, imposto dalla Casa bianca.
Anche in Israele, però, crescono le proteste contro il blocco. Le organizzazioni pacifiste israeliane e quelle sociali palestinesi stanno organizzando per il 26 gennaio, in occasione della Giornata di azione globale, una carovana di aiuti alla Striscia di Gaza. Il convoglio, guidato dagli attivisti di Gush Shalom [Pace ora] dovrebbe raggiungere il lato israeliano del valico di Erez e lì incontrare una delegazione delle organizzazioni sociali e pacifiste della Striscia. Ci saranno anche attivisti della Campagna internazionale contro l’assedio di Gaza [www.end-gaza-siege.org]. Un modo, concreto e simbolico, per protestare contro la guerra e contro l’occupazione.






