Le pressioni internazionali hanno spinto il governo israeliano ad allentare, appena un po’, il cappio che stringe la gola degli abitanti della Striscia di Gaza. Martedì mattina, attraverso il valico di Nahal Oz, sono stati fatte passare autocisterne cariche di gas per usi domestici e di gasolio per alimentare la sola centrale di Gaza, chiusa domenica notte a causa della mancanza di carburante. Il ministro degli esteri israeliano Arye Mekel ha detto che sarà «concesso» il passaggio da Nahal Oz di due milioni e duecento mila litri di gasolio per uso industriale, 500 mila litri di gasolio per gruppi elettrogeni e forniture di gas per le case. Dallo stesso valico passeranno anche rifornimenti di cibo e di medicine. Ehud Olmert, primo ministro israeliano, ha però avvisato che «la vita degli abitanti di Gaza non sarà né facile né piacevole fintanto che continueranno i lanci di razzi». Una dichiarazione che rafforza le accuse mosse dall’Onu e dai funzionari dell’Ue che controllano la distribuzione degli aiuti: per loro, il blocco israeliano della Striscia di Gaza è una «punizione collettiva, illegale per la legge internazionale». La decisione di aprire il valico ma solo per un giorno viene criticata duramente dalle Ong che lavorano nella Striscia. I rifornimenti previsti, infatti, potrebbero bastare per appena tre giorni, dopo di che la crisi tornerà ad esplodere. Il blocco di Gaza, a fasi alterne, dura dal settembre del 2007 dopo che il governo israeliano ha dichiarato la Striscia «entità nemica», a causa del golpe con cui Hamas ha preso il controllo delle istituzioni locali.






