Duemila e cinquecento tra capi di stato, capi di governo, amministratori delegati delle più importanti multinazionali del mondo, più qualche guru e qualche star caritatevole. E’ la miscela del World economic forum di Davos, in Svizzera, da quasi quaranta anni vetrina dei poteri mondiali e dei globalizzatori [anche di alcuni di quelli un po’ più critici]. Nei cinque giorni di dibattiti e relazioni, fino al 27 gennaio, gli autoproclamati «leaders» globali cercheranno di perché il mondo non rispetti le previsioni di magnifiche sorti e progressive spacciate nelle precedenti edizioni. Il clima del meeting è reso più cupo dalle ultime notizie sulle borse mondiali, dai timori di una recessione planetaria innescata dalla crisi Usa e dai venti di guerra che spirano senza sosta sul pianeta ormai da sette anni.
Col passare degli anni, la capacità di analisi di chi vede il mondo solo dall’alto sembra appannata: solo l’anno scorso i convenuti a Davos avevano parlato di una «robusta crescita mondiale» che sarebbe andata avanti per altri cinque anni. Oggi, invece, raccolgono i cocci della crisi dei mutui negli Usa. In cerca di una nuova «narrazione del futuro», i davosiani si aspettano molto dal discorso di Bill Gates «Rifare il capitalismo per il ventunesimo secolo». Non si sa se il riferiferimento al socialismo del XXI sexolo di Chavez sia voluto o sia un bug del programma di scrittura dei discorsi.






