Sembra inarrestabile la corsa di Barack Obama verso la nomination alla Casa bianca. Per le dimensioni della vittoria in South Carolina e per lo spostamento a suo favore della famiglia Kennedy. Non solo Caroline, figlia del presidente ucciso a Dallas, ha dato il suo appoggio a Obama dalle colonne del New York Times, ma anche il patriarca del clan, l’influente Ted Kennedy, ha rotto gli indugi, annunciando pubblicamente il suo sostegno. Solo Kathleen Kennedy, una degli undici figli di Bob Kennedy, si è schierata con Hillary, ma il peso politico del suo pronunciamento non è equiparabile a quello di Caroline e Ted.
Tuttavia gli ostacoli per Obama non sono finiti: si chiamano voto etnico e delegati. In South Carolina, infatti, l’81 per cento degli elettori neri ha votato per lui ma questo può trasformarsi paradossalmente in un handicap perché potrebbe spaventare l’elettorato bianco e mobilitare quello razzista degli stati del sud; del resto, in New Hampshire e Iowa solo il 36 per cento dei bianchi si è schierato con Obama e in South Carolina la percentuale è addirittura scesa al 24 per cento. Anche la potente comunità ispanica, ha fin qui tenuto un atteggiamento sospettoso nei confronti di Obama, nonostante egli cerchi in tutti i modi di impostare la sua campagna in senso «multirazziale». L’altra incognita sono i delegati: Obama ne ha conquistati fin qui 152, mentre la Clinton ne ha già ottenuti 230. Per avere la nomination bisogna averne 2025 su 4049, un traguardo impegnativo, anche se non impossibile se Obama dovesse strappare a Hillary tre stati chiave come California, New Mexico e Arizona.
Decisive, infine, potrebbero essere le scelte di John Edwards che, si vocifera nelle ultime ore, potrebbe far confluire i suoi delegati proprio su Obama.






