La vittoria di Patricia Troncoso

Dopo 110 giorni di sciopero della fame, l’attivista mapuche Patricia Troncoso ha deciso di interrompere la sua protesa il 28 gennaio. Il governo «progressista» guidato da Michelle Bachelet ha accolto le sue richieste, per lei stessa e per altre due persone, Juan Millalen e Jaime Marileo. Tra queste richieste, c’è anche la possibilità di uscire dal carcere durante i fine settimana, a partire da marzo, senza una valutazione della polizia. Molte voci all’interno del Cile e a livello internazionale chiedono di porre fine alla criminalizzazione del popolo mapuche e che si trovi una soluzione profonda per ciò che gli indigeni reclamano.
«Se la mia morte serve per la libertà dei miei fratelli, non mi fermerò», ha scritto Patricia Troncoso il 23 dicembre scorso, quando già erano passati 74 giorni di sciopero della fame nella prigione di Angol, nel sud del Cile. Poi è stata trasferita nel carcere di Chillan e martedì scorso le è stata somministrata, contro la sua volontà, una dose di soluzione endovenosa, per mantenerla in vita. Dopo più di cento giorni di digiuno, il suo stato di salute è molto fragile.
In questa occasione la repressione attuata dallo stato cileno non è riuscita a isolare la lotta mapuche. Negli ultimi quattro mesi sono state organizzate molte mobilitazioni, in varie città del Cile, compresa la capitale Santiago. Il 12 novembre scorso una delegazione di parlamentari venezuelani ha visitato la prigione di Angol e ha manifestato la propria preoccupazione per lo stato di salute dei prigionieri politici mapuche che protestavano rifiutando il cibo. Amnesty international ha inviato una lettera alla presidente Bachelet, il 21 gennaio, per chiedere di salvare la vita a Patricia Troncoso e per ricordare che nel 2003 il relatore speciale delle Nazioni unite aveva presentato un rapporto dopo la sua missione in Cile. Nel documento si raccomandava che «oltre alla concessione di titoli di proprietà per i terreni privati, devono essere recuperati e rimessi nella disponibilità [degli indigeni mapuche] anche i territorio tradizionali che comprendano risorse di uso comunitario».
Una delegazione di dieci organizzazioni per la difesa dei diritti umani e la Centrale unica del lavoratori [Cut] hanno realizzato una missione di osservazione, all’inizio di gennaio, dopo l’assassinio del giovane mapuche Matias Catrileo. La missione ha portato alla denuncia «della brutalità, della violenza e del terrorismo di stato» sofferto dalle comunità indigene. Arturo Martinez, presidente della Cut, ha segnalato che questo conflitto non può essere risolto con i proiettili né con la repressione. E, fatto inedito per il sindacato da quando la dittatura è finita, ha detto che «i mapuche possono contare su di noi. Il loro diritto sacrosanto alla terra deve essere appoggiato».
Il 10 gennaio è stata diffusa un Dichiarazione degli storici cileni nella quale si denuncia «la virtuale militarizzazione del territorio storico del popolo mapuche» e la «instaurazione di un regime di vigilanza e terrore poliziesco permanente». Gli storici, tra i quali figura il premio nazionale per la storiografia Gabriel Salazar, criticano duramente la criminalizzazione della lotta mapuche e l’applicazione della Legge antiterrorismo, ereditata dalla dittatura militare, così come l’accerchiamento mediatico che subiscono gli indigeni. Gli storici concludono il loro documento rilevando che lo stato cileno deve riconoscere «l’autonomia politica delle comunità indigene, la restituzione delle loro terre arbitrariamente usurpate il base al ‘diritto di conquista’ e il pieno rispetto dei diritti umani di chi appartiene alle comunità».
In secondo luogo, lo sciopero della fame – che fa parte di una nuova ondata di mobilitazioni mapuche – ha promosso un maggiore coordinamento e una migliore articolazione tra le diverse organizzazioni politiche, sociali e culturali del popolo mapuche. Questi due aspetti, la solidarietà nazionale e internazionale e la crescente convergenza organizzativa dell’universo mapuche, sono i dati più forieri di speranza del sacrificio politico di Patricia Troncoso.
Durante i governi della Concertacion democratica [dal 1990 in poi], sono stati processati più di 400 attivisti mapuche, in base alla Legge per la sicurezza interna o alla Legge antiterrorismo. Questi processi sono stati la risposta al ciclo di lotte aperto nel 1997 attraverso l’esplosione di molti fronti di conflitto, che riguardano le imprese forestali ed energetiche. Il movimento mapuche ha messo in campo iniziative culturali, artistiche e ha creato propri mezzi di comunicazione ed è riuscito a recuperare terre, al punto che i fondi statali stanziati per comprare terre per le comunità sono dovuti aumentare dai 5 milioni di dollari del 1995 ai più di 30 del 2001.
Nel quadro del clima generato dagli attentati dell’11 settembre del 2001 negli Stati uniti, lo stato cileno ha iniziato ad applicare la Legge antiterrorismo. Tra il novembre del 2001 e l’ottobre del 2003 sono stati processati 209 mapuche solo nella regione della Araucania, mentre centinaia di altri sono stati arrestati e picchiati durante le manifestazioni di protesta. Secondo molti osservatori, il comportamento dello stato cileno equivale a una vera e propria «guerra sporca». Patricia Troncoso è stata processata per aver partecipato, a dicembre del 2001, all’incendio di cento ettari di pini della impresa forestale Mininco.
Chiunque abbia visitato le comunità mapuche del sud del Cile, può testimoniare che vengono chiuse in un angolo e sterminate da un mare di piantagioni forestali a uso industriale, che invadono le loro terre e gli impediscono di continuare a seminare e a produrre per la loro sopravvivenza. Peggio ancora: le comunità vengono represse, senza alcun ordine della magistratura, da reparti della polizia in assetto da guerra, ed esistono reparti di commandos, come quello chiamato Hernan Trizano, che compiono incursioni notturne, a mano armata e con tanto di telecamere di sorveglianza e apparecchi per creare interferenze ai cellulari. Le organizzazioni per la difesa dei diritti umani assicurano che i carabineros usano abiti civili per compiere incursioni e imboscate. Chi è il vero terrorista?
Il governo guidato da Michelle Bachelet ha mantenuto per tutto questo tempo un comportamento vergognoso. Ha ragione Patricia Troncoso quando dice nella sua lettera: «Che possiamo sperare per i nostri giovani, se vengono da una generazione che ha vissuto tutti questi flagelli e con il tempo si è disumanizzata a tal punto da dimenticare l’esilio, le torture, la persecuzione e la morte di tanti esseri umani?»
Ora che la decisione e il coraggio di Patricia e di un manipolo di mapuche si sono saldati con un sonoro e storico trionfo, ora potrebbe essere il momento delle domande scomode. Che ci sta succedendo? Quante volte ancora quelli che stanno ancora più in basso dovranno offrire la propria vita – che in definitiva è tutto ciò che anno – per spingere gli altri che stanno in basso a reagire, a farci gridare un Ya Basta! capace di frenare l’ambizione genocida di chi sta in alto?

La decisione di Patricia Troncoso di interrompere lo sciopero della fame è ha provocato un intervento diretto dei vescovi cileni a favore dei diritti dei mapuche. Alejandro Goic, presidente della conferenza episcopale cilena ha chiesto di valorizzare «un popolo che ha una storia, una cultura e una cosmovisione differenti da quelle della maggioranza. Dobbiamo riconoscere che viviamo in una cultura multietnica», ha detto il prelato annunciando in una conferenza stampa a Santiago la fine della protesta di Troncoso.
Patricia era stata imprigionata nel 2002, e condannata, sulla base della Legge antiterrorismo, a dieci anni carcere, oltre al pagamento di 840 mila dollari di risarcimento a favore della Forestal Mininco, un’impresa di legname di proprietà di una delle più ricche famiglie del Cile. Agli attivisti mapuche viene contestato di aver partecipato, a dicembre del 2001, all’incendio di cento ettari di piantagioni di pini destinati a uso industriale. I pini si trovavano su una terreno nella provincia di Temuco, nel centro del Cile. Il terreno, secondo gli indigeni, era stato usurpato dalla compagnia forestale che non aveva alcun titolo per trasformare l’ambiente boschivo originario in una piantagione di pini. Durante il processo, il governo presieduto dal presidente socialista Ricardo Lagos [in carica dal 2000 al 2006] ammise l’applicazione della Legge antiterrorismo, ereditata dai tempi della dittatura di Augusto Pinochet. In questo modo, l’accusa poté portare in aula più di cento testimoni che deposero senza che fosse rivelata la loro identità. Secondo molte organizzazioni per la difesa dei diritti umani, il processo era fondamentalmente viziato. L’espansione delle attività delle imprese forestali è avvenuta grazie ad altre leggi approvate durante la dittatura e confermate dai governi successivi, che garantiscono vantaggi fiscali alle aziende che investono nelle aree rurali del paese. Il risultato è stato che l’ambiente in cui vivono le comunità mapuche è stato completamente sconvolto dalla crescita dei boschi «artificiali», basati su alberi a rapida crescita, che hanno progressivamente invaso anche il resto dell’ecosistema. Inoltre, le piantagioni industriali richiedono molta acqua, sottratta alle comunità.
All’inizio di gennaio, il governo di Michelle Bachelet ha creato una commissione interministeriale per affrontare la questione mapuche, e cercare di incoraggiare anche il riconoscimento costituzionale dei diritti dei popoli indigeni cileni. Senza un cambiamento radicale di politica, però, soprattutto per ciò che riguarda la repressione delle proteste indigene, la commissione concluderà ben poco.
Su circa quindici milioni e mezzo di cileni, i mapuche [divisi tra Cile e Argentina] sono poco meno di un milione, concentrati nelle regioni centrali e meridionali e nella capitale Santiago, dove negli ultimi anni sono nati anche movimenti indigeni urbani, costituiti soprattutto da giovani.

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