Lui sì, che se ne intende

L’altra sera, al Tg1 delle 20, era in studio Massimo D’Alema. Il quale, richiesto dei motivi per i quali sarebbe necessario un governo di transizione [o istituzionale o «di scopo»], ha citato due questioni urgenti che richiedono «stabilità». La seconda di queste questioni era il Kosovo. Fa piacere che un politico che se ne intende [avendo da presidente del consiglio, nel 1999, bombardato la Serbia insieme agli altri paesi della Nato] indichi la prossima indipendenza della regione ex jugoslava come un focolaio di conflitto cui l’Italia e l’Unione europea devono al più presto mettere riparo.
Fa piacere anche perché la copertina del prossimo Carta, in uscita questo venerdì, è dedicata proprio al Kosovo: una scelta che sembrava lunare, nei giorni in cui non si parla che di crisi di governo, ma che appunto il ministro degli esteri ha convalidato in modo autorevole. Il manifesto [e il quotidiano on line di Carta] hanno pubblicato un articolo di Franco Juri, dell’Osservatorio sui Balcani, che racconta una storia che sembrerebbe incredibile, non fosse che ci abbiamo fatto il callo: un quotidiano di Lubiana [la Slovenia è attualmente presidente di turno dell’Unione europea], Dnevnik, ha fatto uno scoop, pubblicando il verbale segreto di un incontro, a Washington, tra due diplomatici sloveni e un aiutante di Condoleeza Rice. In questo verbale vi sono dettagliate istruzioni su come la Slovenia per prima, e altri paesi della Ue poi, debbano riconoscere senza indugi l’imminente dichiarazione d’indipendenza del Kosovo, che naturalmente gli Usa riconosceranno a loro volta. Il titolo che ne abbiamo ricavato, per il quotidiano on line, è: «La capitale europea è Washington». E sì che nel settimanale pubblichiamo un’intervista al vice di D’Alema con delega ai Balani, il nostro vecchio amico Famiano Crucianelli, che si mostra ottimista sia sulla possibilità che i kosovari accettino un’indipendenza «controllata» e pilotata dall’Europa, sia sull’equilibrio della Slovenia. Le cose non vanno così, evidentemente. Anzi, vanno peggio.
I serbi si apprestano ad eleggere il loro presidente, e nel primo turno a prevalere è stato il nazionalista Nikolic: può essere che il piano, altrettanto segreto, che il governo serbo ha dichiarato di aver preparato, sul Kosovo, non comporti una guerra, ma la tensione sta salendo. E d’altra parte, una delle poche cose certe, laggiù, è che la «stabilizzazione» sociale ed economica della regione, tuttora occupata dalla Nato [vi sono anche 2 mila militari italiani] è del tutto fallita: la sola ricchezza che circola deriva dai traffici di droghe, prima tra tutte l’eroina, di cui i clan kovovari si riforniscono in Afghanistan [altro paese «pacificato» dalla Nato] e che commerciano in simbiosi con le mafie italiane. Forse, D’Alema avrebbe dovuto aggiungere: il Kosovo è un grave problema perché nove anni fa abbiamo sbagliato a credere di poter risolvere la cosa con le bombe. Che l’ultima seduta del consiglio dei ministri dimissionario abbia frettolosamente rifinanziato tutte le spedizioni militari italiane, e che [finalmente] il ministro di Rifondazione si sia rifiutato di votare a favore, non è forse un evento così pretestuoso, a paragone con quel che pensa Casini del governo «di scopo», come pure si è detto. Le cambiali non onorate, come è una guerra che è costata una frattura grave tra il centrosinistra e il pacifismo italiano e che ha iniziato la militarizzazione dell’aiuto umanitario [con la famigerata «Operazione arcobaleno»], finiscono sempre in protesto.

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