Con Thaci sono i terroristi dell'Uck al potere

E’ il massimo esponente dei narco-atlantici albanesi, è «ricercato» per i crimini commessi nei territori dell’ex Jugoslavia, è stato il terrorista numero uno delle milizie dell’Uck, ha guidato gli squadroni della morte sostenuti militarmente dalla Nato e da Washington, lo hanno sempre chiamato «il serpente» perché si comportava con aggressività nei confronti di tutti gli oppositori. Ora–forte degli appoggi occidentali, contento della sua recente vittoria elettorale e coperto dalla fama di essere il «primo socialdemocratico» dell’indipendentismo kosovaro-albanese–si appresta a dichiarare il distacco del Kosovo dalla Serbia e a sancire la secessione da Belgrado divenendo primo ministro di Pristina.
Si chiama Hashim Thaci, quaranta anni. E’ nato a Drenica, un centro della resistenza albanese contro la Serbia. Condannato nel ’93 e nel ’97 con l’accusa di terrorismo è arrivato ad ottenere l’appoggio degli Usa e, in particolare, del sottosegretario Madeleine Albright, che nel ’99 lo consacrò leader del Kosovo. Ora conta di ricevere, a stretto giro di posta, il placet di Washington e Bruxelles per quella che definisce come la «soluzione definitiva». Ed è certo che anche l’Italia [il cui governo, nel 1998, approvò i bombardamenti della Nato contro la Jugoslavia] si affretterà a riconoscere la nuova realtà kosovara. Thaci si vanta di aver ricevuto assicurazioni in merito durante una sua missione a Roma.
Ma la situazione politico-diplomatica non è poi così semplice, perché la Russia alza i toni accentuando anche l’importanza dei rapporti economici tra Mosca e Belgrado. «Siamo molto lieti che le relazioni tra i nostri due paesi–dice Putin ricevendo una delegazione della Serbia–si stiano sviluppano in modo dinamico e che il livello dei contatti politici si concretizzi anche nella sfera economica».
Ma Putin fa sapere ancora una volta che «la Russia è contraria in modo categorico» all’indipendenza del Kosovo, precisando che una soluzione favorevole alla secessione potrebbe provocare «conseguenze negative per i Balcani, per il mondo e per la stabilità in altre regioni».
Del tutto opposta la posizione degli Stati uniti: Rosmary Di Carlo, sottosegretario aggiunto al dipartimento di stato, in visita a Pristina, dichiara espressamente, durante un incontro con il presidente kosovaro Fatmir Sejdiu, che «gli Usa appoggiano l’indipendenza». A sua volta il ministro serbo per il Kosovo, Slobodan Samardzic, accusa gli Stati uniti di esercitare indebite pressioni sull’Ue per indurla a riconoscere l’indipendenza della provincia.
Intanto il presidente dell’Albania, Bamir Topi, afferma che il suo Paese, ovviamente, sarà fra i primi a riconoscere l’indipendenza del Kosovo, promettendo che esso dovrebbe essere «una comunità democratica per tutti i suoi popoli, compresi i serbi». A sua volta il segretario generale della Nato Jaap de Hoop Scheffer, riceve a Bruxelles Thaci e ribadisce che la Kfor, la forza internazionale a guida Nato, «continuerà ad assicurare la sicurezza nel Kosovo, compresa la parte settentrionale dove risiede la comunità serba».
Thaci–anticipando i risultati della secessione–canta già vittoria e saluta i 550 alpini italiani che si apprestano ad entrare in azione nei Balcani e che, quindi, contribuiranno ad aiutare gli autonomisti kosovari a rafforzare la loro egemonia sull’intero paese. Gli alpini in questione sono quelli del VII reggimento di Feltre, in provincia di Belluno. Costituiscono la «riserva operativa» della Nato per i Balcani. In questa veste [è quanto spiegano a Roma alcune fonti della difesa] saranno impegnati in una «programmata attività addestrativa». Un’attività, viene ancora sottolineato, che «fa parte di una rotazione di routine tra le unità della riserva e permetterà agli alpini del VII di addestrarsi direttamente nel teatro operativo».
Nella regione regna il caos, non vi sono leggi o regolamenti e il traffico di droga e di armi fa da padrone. I giovani kosovari risolvono i loro problemi divenendo corrieri del narcotraffico ai confini con la Macedonia, a Bari e a Durazzo. Ecco perché a Belgrado aumentano le preoccupazioni per le sorti dell’intero Kosovo.
In tal senso, guardando all’eventuale secessione, si pensa anche a cosa potrebbe accadere in altre realtà europee. E i riferimenti sono al Belgio, alla Bosnia e a situazioni che si sono create nei rapporti di Madrid con l’Eta e di Londra con l’Ira. Di conseguenza i serbi che vivono nella regione [circa il 7 per cento della popolazione] temono una recrudescenza degli atti con un processo di vera e propria «israelizzazione» del Kosovo, realizzato dagli occupanti albanesi contro di loro.
La tensione è notevole. C’è il pericolo reale di un ritorno al confronto militare. Perché se i tagliagole dell’Uck non hanno mai deposto le armi, anche i serbi non scherzano e non sono disposti a mollare la loro terra.

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