Il cosiddetto «big» o perfino «super» tuesday che avrebbe dovuto sciogliere i dubbi sulle candidature per le elezioni presidenziali statunitensi di novembre prossimo, non è stato affatto «big» e certamente non è stato «super», se non per i numeri: 24 stati, tra primarie e caucuses per i democratici, 21 per i repubblicani. E mentre tra i conservatori è emersa con una certa chiarezza la candidatura di John McCain, tra i democratici la lotta è ancora molto aperta. E’ questo il dato su cui tutti gli analisti si stanno concentrando, in un inseguimento che dura ormai da 24 ore su tutti i principali network di news internazionali. I dati sono ormai definitivi e dicono che Hillary Clinton ha vinto in otto stati [Oklahoma, Arkansas, Tennessee, New Jersey, Massachusetts, Arizona, New York e California], mentre Barack Obama ha vinto in tredici stati [Georgia, Illinois, Delaware, Alabama, Utah, Nord Dakota, Kansas, Connecticut, Minnesota, Colorado, Idaho, Alaska, Missouri]. La situazione diventa più chiara se si guarda alla distribuzione dei delegati: l’ex first lady può contare, finora, su 582 delegati, mentre Obama si ferma a 562. Venti voti di differenza sono pochissimi, quasi nulla, tanto che l’attenzione si è spostata immediatamente sui prossimi appuntamenti elettorali del partito democratico. In ballo ci sono ancora i voti di stati importanti, come il Texas. Si comincia, anzi, si continua il 12 febbraio, con le primarie di Maryland e Virginia, poi il 19 tocca al Wisconsin e il 4 marzo a due stati chiave, come il Texas appunto e l’Ohio. La gara potrebbe durare fino a maggio, con le primarie in Nord Carolina, passando per quelle della Pennsylvania, il 22 aprile.
Il rischio che i veterani della macchina elettorale democratica iniziano a ventilare è che la corsa per la nomination «esaurisca» le energie politiche dei due candidati, che poi si troveranno ad affrontare un candidato repubblicano capace di contare su una spinta maggiore. Lo «stress» per una lunga campagna elettorale, peraltro, riguarda anche le risorse economiche. Già adesso, le primarie 2008 sono le più costose della storia statunitense, e il cammino è ancora lungo. Tanto Hillary quanto Obama sono molto lontani dall’obiettivo di 2025 delegati da raccogliere entro la convention nazionale democratica, prevista per il mese di agosto: appena il 40 per cento dei voti dei delegati è stato finora assegnato. E per quanto la campagna elettorale sia stata finora relativamente «leale» non si escludono nei prossimi mesi colpi bassi e sgambetti tra i due «front runners» democratici, soprattutto perché, con il virtuale pareggio nelle primarie, rischiano di diventare determinanti i cosiddetti «super delegati» una quota dei voti della convention democratica non legati al voto dei cittadini, ma solo alla loro personale opinione. Questo potere decisivo dei superdelegati rischia di rendere meno credibile tutta la macchina mediatica e organizzativa delle primarie, vetrina della democrazia statunitense. Hillary Clinton, inoltre, con una più consumata capacità di movimento negli ingranaggi del partito, potrebbe avere proprio lì il suo vantaggio decisivo su Obama.
Tra i repubblicani, invece, le cose sono più chiare: John McCain è il candidato di punta e ha distaccato nettamente i due inseguitori Mitt Romney e Mick Huckabee. Tuttavia, l’affermazione a sorpresa di Huckabee, che molti davano già per escluso dalla corsa, contiene delle indicazioni che McCain dovrà prendere in considerazione. Huckabee, ex pastore battista, ha infatti vinto in sei stati, tutti nel sud e tutti nella cosiddetta «Bible belt», l’area dominata dalle chiese protestanti più conservatrici. Il voto di questa fetta di elettorato repubblicano rischia di essere determinante, così come è stato per le due vittorie elettorali di George W. Bush. Il «liberalismo conservatore» di McCain potrebbe subire quindi degli aggiustamenti in corsa, soprattutto per quanto riguarda aborto e ricerca sulle cellule staminali, due temi chiave della campagna elettorale di Huckabee.
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