Ashin Kovida, un monaco birmano in fuga dai militari

«La comunità internazionale ha dovuto constatare quanto sia autoritario il regime militare birmano–dice il monaco, dondolando leggermente sulla sedia–E’ una delle conquiste della nostra battaglia». La giunta militare non è il solo organismo al quale pensa il monaco quando riflette sulla repressione: «Voglio chiedere al Consiglio di sicurezza dell’Onu quanti monaci e quanta gente deve essere sacrificata prima che l’Onu intervenga». Il venerabile Ashin Kovida era a Rangoon quando la giunta ha ordinato alle truppe di sparare sui dimostranti inermi, ed era anche il capo della commissione di monaci che ha contribuito all’organizzazione della marcia di migliaia di persone lungo le strade di Rangoon, con quel breve appello di settembre che invocava aiuti economici e libertà politica. Secondo le Nazioni Unite, 31 persone sono rimaste uccise e centinaia sono state arrestate durante la repressione. Tuttavia, secondo gruppi di opposizione e per i diritti umani, i numeri sono superiori, con oltre 100 morti e migliaia di dimostranti arrestati. Tra le vittime, anche molti monaci, secondo l’Alleanza dei monaci birmani. Tre religiosi sono stati uccisi, uno dei quali picchiato a morte, mentre un altro è morto a seguito delle torture, ha rivelato il gruppo a fine gennaio. Rimangono ancora sconosciute le circostanze che hanno portato all’arresto di 44 persone tra monaci e suore durante le incursioni militari in 53 monasteri della Birmania. «Il popolo ha continuato a soffrire come prima di settembre–dice Kovida–La lotta contro il regime militare continuerà anche quest’anno. Ma la popolazione è molto determinata».
Dopo le proteste di settembre, Kovida ha dovuto abbandonare il suo paese per evitare l’arresto, e si è rifugiato a Mae Sot, cittadina tailandese al confine con la Birmania. La fuga è durata tre settimane. L’esile monaco ventiquattrenne si è dovuto nascondere in una casa a circa 40 miglia da Rangoon per sfuggire alle forze birmane dalle quali è ricercato, con fotografie alla mano. Per il viaggio verso il confine tailandese, Kovida si è dovuto far crescere i capelli e tingerli di biondo, e per completare il travestimento, ha cambiato i suoi abiti con abiti da strada. Ha anche indossato un braccialetto durante la corsa in autobus verso il confine.
A Mae Sot ci sono 23 monaci fuggiti dalla Birmania dopo la repressione. Come Kovida, sono tutti giovani, intorno ai vent’anni. Dieci di loro, compreso Kovida, hanno chiesto asilo politico all’agenzia Onu per i rifugiati. La storia di Kovida non è solo quella di un giovane monaco che ha osato sfidare uno dei regimi più brutali della regione. È una leggenda di illuminazione politica per un birmano cresciuto nella povertà in un piccolo villaggio di 20 case nella regione occidentale del paese. Quando è arrivato a Rangoon nel 2003 per proseguire i suoi studi da monaco – unica possibilità di istruzione – ha potuto constatare l’atteggiamento dei militari da quando hanno preso il potere con un colpo di stato nel 1962.
«Nel tempo libero ho iniziato a studiare inglese al British council e all’American centre, e attraverso alcuni amici ho potuto vedere i video di quanto era successo nel 1988», ha raccontato Kovida, ricordando la sanguinosa repressione della rivolta per la democrazia in Birmania nell’agosto 1988, quando circa 3 mila attivisti sono stati uccisi dai militari. L’educazione politica oltre le mura del monastero ha portato presto una nuova corrente di pensiero. «Ho iniziato a chiedermi perché ci fosse una differenza così grande tra i poveri nel mio villaggio e i ricchi della città–dice–Volevo sapere perché i poveri erano così tanti malgrado le grandi risorse naturali della Birmania». Non è passato molto tempo perché il suo viaggio di inchiesta lo portasse alla risposta più ovvia: «Ho capito che la colpa era del nostro governo militare–ha aggiunto–Ero molto arrabbiato e ho sentito il dovere di fare qualcosa».

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