Il velo nelle università divide la Turchia

Il parlamento turco ha approvato mercoledì in prima lettura la legge costituzionale che attenua il divieto di indossare il «turban» [cioè l’hijab, il cosiddetto velo, che copre i capelli delle donne musulmane osservanti] nelle università. La proposta di legge è stata approvata con 397 voti a favore e 113 contrari. L’approvazione definitiva dovrebbe avvenire sabato 9, con la seconda lettura. Il divieto di indossare il turban nelle università era stato introdotto nel 1980, dopo l’ennesimo intervento dei militari contro un governo considerato troppo islamista. In realtà la legge non impone il velo [come hanno scritto alcuni media occidentali], né ammette nelle università forme di abbigliamento più «estreme», come il niqab [che copre anche il volto], che peraltro sono estranee alla tradizione musulmana turca, ma solo la sciarpa portata attorno alla testa e fermata sotto al mento che molte ragazze turche indossano. Il partito di maggioranza Akp, di ispirazione religiosa, ha presentato il disegno di legge come un modo per «garantire eguaglianza di trattamento» anche alle donne che decidono di osservare un codice di abbigliamento più tradizionale. Un modo, quindi, per espandere le possibilità di istruzione delle donne turche. Risulta infatti da diverse indagini che molte ragazze che si considerano musulmane osservanti preferiscano non andare all’università piuttosto che rinunciare al turban. L’argomento non convince le opposizioni, a partire dal Partito repubblicano del popolo [Chp] che sostiene, invece, che in questo modo si indebolisce il principio di laicità dello stato, su cui la Turchia moderna è stata fondata, al tramonto dell’Impero ottomano dopo la prima guerra mondiale. In diverse città turche ci sono state manifestazioni contro il progetto di legge costituzionale, che però, stando ai sondaggi, è sostenuto dalla maggioranza dell’opinione pubblica. I movimenti laicisti e kemalisti, però, accusano i vertici di Akp, tra cui il primo ministro Tayyip Recep Erdogan e il presidente Abdullah Gul di aver iniziato a spingere per l’islamizzazione della Turchia. Quell’islamizzazione che in campagna elettorale negavano di voler imporre. Erdogan ha comunque precisato che la modifica costituzionale riguarda soltanto le università e che il divieto di indossare il turban [considerato dall’elite kemalista come un simbolo dell’islam politico] rimarrà in vigore per le dipendenti pubbliche, comprese le insegnanti]. Il Chp comunque ha già annunciato che ricorrerà alla Corte costituzionale per cercare di impedire l’entrata in vigore della legge, che ha già creato un aspro dibattito nella società turca, tra chi sostiene la necessità di garantire, laicamente, pari opportunità a tutti e tutte e chi invece teme che la riammissione del turban nelle università sia solo il primo passo di una strategia di erosione delle prerogative laiche dello stato turco.

«La Turchia è laica e laica resterà». Lo slogan utilizzato durante la scorsa primavera per protestare contro la nomina di un presidente islamico [Abdullah Gul, poi eletto ad agosto] viene rispolverato in questi giorni da migliaia di persone, che stanno scendendo in piazza per dire «no» al progetto di legge del governo che intende eliminare il veto del turban nelle università.
Sabato nelle strade di Ankara decine di migliaia di persone hanno marciato, in risposta all’appello di 35 organizzazioni laiche, guidate dalla Associazione delle donne repubblicane e dalla Associazione di sostegno alla vita contemporanea, secondo cui il progetto di riforma costituzionale degli islamici moderati del Partito di giustizia e sviluppo [Akp], presentato venerdì, non è altro che un tentativo di imporre la legge islamica. Dimostrazioni analoghe, anche se di minore portata, si sono tenute nelle stesse ore a Smirne, Antalya, Kayseri e altre città turche. Il testo prevede la fine del divieto di ingresso nelle università per le studentesse che indossano il veto islamico. A sostenerlo in sede parlamentare–oltre allo stesso Akp, che giudica la legge attuale un attentato alla libertà di coscienza e al diritto all’istruzione – sono gli ultra-nazionalisti del Partito di azione del popolo [Mhp], mentre contrario è il Partito repubblicano del popolo [Chp], principale forza di opposizione. Altrettanto divisi sono i docenti delle università [tradizionalmente kemalisti, così come i militari e i magistrati], che negli ultimi giorni sono intervenuti per schierarsi a favore o contro l’iniziativa del premier Recep Tayyip Erdogan.
Gli oppositori di Erdogan hanno firmato un documento con cui mettono in guardia la Turchia dallo «sradicamento del principio repubblicano di laicità» e il rischio di «caos» che ne seguirebbe, mentre i docenti favorevoli alla libertà di indossare il velo hanno lanciato una petizione che avrebbe già raggiunto 1.300 firme. Meno spaccata su questo punto appare la società turca. Secondo un recente sondaggio della società Metropoll Research Company, pubblicato dalla stampa turca, il progetto di riforma costituzionale del governo vede favorevoli la maggior parte dei turchi.
Stando all’indagine, effettuata su un campione di 1.245 persone provenienti da 26 province, il 64,9 per cento degli intervistati ritiene che alle ragazze che indossano il turban dovrebbe essere concesso di entrare nelle università, mentre solo il 27,6 per cento si dice contrario.
Si parla di velo ma si discute di laicismo, di liberta di culto e separazione tra scienza e religione. Colpa o merito dell’iniziativa del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, che si è impegnato a eliminare il bando per il velo islamico nelle università, aprendo un dibattito che sta dividendo la società turca e gli ambienti accademici.
Oltre cento docenti della Middle East Technical University e della Gazi University hanno rilasciato mercoledì scorso una dichiarazione comune in cui si dice che l’ammissione del velo rappresenta uno «sviluppo preoccupante che non si conforma ai principi della Repubblica di Turchia e della società contemporanea». Solo pochi giorni prima era intervenuto il consiglio accademico dell’Istanbul University, dichiarando che «il proposito di eliminare il bando del velo attraverso un emendamento costituzionale costituisce una violazione del laicismo; in altre parole, è contro lo spirito della Costituzione», e quello dell’Aegean University, sostenendo che «il velo non è un simbolo di libertà», ma «al contrario, è un modello antiquato che impedisce l’affermarsi degli individui autonomi e indipendenti».
Con loro si è schierato Celal Sengör, docente di geologia e candidato a far parte del consiglio dell’Alto istituto governativo per l’istruzione [Yok], che in un intervanto apparso sulla stampa nazionale ha scritto che non è possibile accettare nelle università gli studenti che indossano il turban in quanto simbolo di abbandono all’irrazionalità e alla religione. Più debole, ma altrettanto combattivo è il fronte pro-Erdogan, che ha trovato il suo portavoce in Tahsin Yesildere, presidente dell’associazione degli insegnanti [Toder], secondo cui non consentire l’ingresso di uno studente nell’università solo in virtù del velo è semplicemente «sbagliato».
Perché – ha detto Yesildere alla stampa turca–se è vero che «non si può insegnare la religione e i dogmi nelle università», in quanto «religione e scienza sono cose differenti», è altrettanto vero che «le università dovrebbero essere i luoghi in cui tutti le ideologie possono essere discusse liberamente». A contestare Sengor è stato anche Tahir Hatipoglu, ex presidente dello stesso Toder, secondo cui il collega si è fatto portatore di un’istanza antidemocratica e vicina agli ambienti militari, mentre «i docenti delle università dovrebbero essere democratici ed egualitari e difendere la libertà e l’autonomia delle università». Dello stesso parere Ismet Berkan, editorialista del popolare quotidiano Radikal, secondo cui il contenuto dell’intervento di Sengar è oltraggioso. «Se le università accettassero solo coloro che hanno rifiutato in pieno i dogmi religiosi – ha scritto–le università avrebbero grosse difficoltà a trovare studenti». E questo «non solo in Turchia ma in tutto il mondo». È dal 2002 che gli islamici moderati del Partito di giustizia e sviluppo [Akp] sostengono l’opportunità di consentire l’ingresso nelle università delle ragazze velate, tuttora vietato per legge. Questa volta la possibilità che la riforma sia portata a compimento sono concrete. Perché l’Akp è più potente che mai–forte del successo delle elezioni di sei mesi fa e del controllo della carica di presidente della Repubblica, affidata al vice di Erdogan Gul–e perché questa volta può contare sull’inatteso sostegno degli ultranazionalisti del Partito di azione del popolo [Mhp], terza forza parlamentare. Per la prima volta unita, la strana coalizione Akp-Mhp tenterà di emendare l’articolo 10 [sulla «eguaglianza ei cittadini davanti alla legge»] e l’articolo 42 [sul «diritto all’istruzione»]. Per oggi è prevista la discussione nella commissione costituzionale del Parlamento e solo successivamente – forse già martedì–la proposta di riforma sarà inoltrata alla Grande assemblea turca per l’approvazione finale. A contrapporsi a islamici e ultra-nazinalisti in sede parlamentare sarà solo il Chp, che già la scorsa primavera sfidò Erdogan in nome della difesa del laicismo uscendone pesantemente sconfitto.
Ancora una volta il leader del Chp, Deniz Baykal, si è fatto portavoce del fronte secolarista – di cui fanno parte militari, establishment accademico e giudiziario – ed ha contestato l’iniziativa del governo, definendola un attacco al laicismo della società turca e un subdolo tentativo per estendere il ruolo della religione nella vita pubblica. Accusa subito respinta al mittente dallo stesso Erdogan, che ha sostenuto di agire semplicemente per tutelare i diritti umani, in un Paese in cui le donne che indossano il turban rappresentano i due terzi.

Tags assegnati a questo articolo: Turchia, diritti

Mail_long
dello stesso autore
20 ottobre 8 luglio 8 marzo abbonamenti abiti puliti aborigeni acqua Afghanistan africa agricoltura agricoltura biologica agricoltura biologica. decrescita agricoltura. decrescita Aiab Aids altra economia altra politica Amazzonia ambiente America latina animalisti Annapolis antifascismo antimafia antirazzimso antirazzismo antirzzismo anziani api Argentina Armenia armi atomiche Australia auto autoproduzione aziende Balcani Bali Banca mondiale Bangladesh banlieues basi militari Basilicata bene comune beni comuni bilanci partecipativo biocarburanti biologico Birmania bitch Bolivia Bolkestein Bologna Brasile brimania Britel Calabria calcio cambiamenti climatici cambiamento climatico Campania cantautore cantieri cantieri sociali carbone carcere Casa catania Caucaso cemento censura centri sociali cgil Chavez chiapas Ciad ciampino cibo Cile Cina cinema Cipro città clandestino clima Colombia commercio equo commercio equo. decrescita comunicazione conoscenza consumi consumo critico contadini cooperazione cornelio cornelio bizzarro cosa rossa cpt crisi alimentare critical mass Cuba De Gennaro Deavos decrescita decrescita. agricoltura biologica democrazia detenuti detenzione diritti diritti globali diritti umani disarmo documentario donne droghe ecologia ecomafia economia Ecuador editoria Egitto elezioni emissioni Enel energia Epa Eritrea espulsioni Etiopia