Radiografia della politica kenyana

Il mediatore della crisi del Kenya, Kofi Annan, ha annunciato oggi la creazione di una commissione indipendente con il compito di indagare sulle elezioni del 27 dicembre scorso, che hanno confermato Mwai Kibaki alla Presidenza. «Ci siamo trovati d’accordo nel dire che era importante non lasciare nessuna questione sotto il tappeto–ha dichiarato l’ex segretario generale dell’Onu–dobbiamo comprendere e sapere quanto è avvenuto durante le elezioni presidenziali del 2007. Abbiamo quindi deciso che era nell’interesse di tutti e della nazione dare vita a un comitato indipendente con il compito di indagare su tutti gli aspetti delle presidenziali. Non possiamo permetterci di fallire». La vittoria elettorale, contestata dal leader dell’opposizione Raila Odinga, ha scatenato violenze in tutto il paese, che hanno causato più di mille morti e 600 mila sfollati.
Pubblichiamo un articolo del poeta, scrittore ed editorialista keniano Mukoma Wa Ngugi, coordinatore delle conferenze dell’organizzazione panafricana ‘Toward an Africa without Borders’, Verso un Africa senza frontiere. La versione integrale è su www.misna.org. Nel numero 4 di Carta settimanale, in edicola fino al 14 febbraio, c’è il racconto di padre Daniele Moschetti, missionario comboniano a Korogocho.

Non è possibile capire davvero quel che sta accadendo in Kenya e in Africa senza riflettere sulla cangiante natura dei movimenti di opposizione e le differenze tra un movimento spinto dal potere del popolo, ovvero una rivoluzione democratica, e una pletora di movimenti che consolidano le istituzioni democratiche per gli scopi del capitale internazionale volando sotto il radar della democrazia. Parlerò qui avanti soprattutto di Raila Odinga e dell’Orange democratic movement [Odm] ma potrei in realtà star parlando di Mwai Kibaki e del Partito per l’unità nazionale [Pnu]. E’ solo perché l’Odm ha attivamente corteggiato l’immagine di ‘movimento di potere del popolo’, impegnato in una rivoluzione democratica, che richiamo la vostra attenzione su questo partito. Amilcar Cabral [padre dell’indipendenza della Guinea Bissau, ndr] una volta disse: «non dire bugie e non rivendicare vittorie piccole». È con questo spirito che scrivo questo articolo.

Cominciamo dalla questione etnica. Così come non stupisce incontrare un americano che nega l’esistenza del razzismo nella politica americana, allo steso modo non ci si dovrebbe stupire se un africano nega che la politica africana è profondamente radicata nell’etnocentrismo. Il razzismo è un prodotto storico che ha una sua funzione, è così il ‘tribalismo’. Come gli esponenti politici dell’Occidente strumentalizzano la razza e la paura per scopi politici, così fanno anche quelli africani. L’etnocentrismo può essere una forza benigna o estremamente pericolosa, secondo il direttore d’orchestra. L’etnocrazia, proprio come qualsiasi struttura di potere razzista, esiste nella misura in cui è in grado di nascondere agli occhi delle vittime e degli attivisti le cause profonde dello sfruttamento economico, politico e sociale. È un meccanismo per attirare l’attenzione altrove.
Non dimentichiamo anche l’avvertimento di Kwame Ture [al secolo Stokely Carmichael, uno dei capi del movimento per il black power negli Stati Uniti e poi panafricano, ndr] di non confondere successi individuali con vittorie collettive. La maggioranza dei kenyani–che siano di etnia Luo, Kikuyu, Luhya o altre–sono poveri. Il 60 per cento dei kenyani vive con meno di due dollari al giorno, e ciò riguarda tutte le etnie. L’élite kikuyu prospera a spese dei poveri kykuyu; e lo stesso avviene per gli altri. I poveri di tutti i gruppi etnici hanno molto più in comune di quanto non abbiamo in comune i poveri e i ricchi della stessa etnia. Razzismo, nazionalismo ed etnocrazia tutte esigono che i poveri muoiano per difendere le strutture sociali che li mantengono nella povertà. Non sorprende che sia i morti sia chi ha ucciso in Kenya nelle scorse settimane fossero, da entrambe le parti, poveri. E tuttavia si uccidono seguendo criteri etnici, non di classe. I partiti politici occidentali hanno espresso posizioni diverse e contraddittorie lungo la loro storia, così pure è accaduto per i partiti africani. Nelle dittature degli Anni ’60, ’70 e ’80 del secolo scorso, le opposizioni politiche erano «i buoni». Ma gli analisti politici internazionali progressisti ancora usano quel modello di lettura, che oggi ci impedisce di vedere le palesi contraddizioni davanti noi. Un esperto ben informato sulla complessa trasformazione della politica africana negli ultimi due decenni non può partire più dall’assunto che l’opposizione politica sia automaticamente rappresentativa di una forza popolare. Prendiamo ad esempio il caso dello Zimbabwe.
Il Movimento per il cambiamento democratico, all’opposizione, è un partito neoliberista. Definirlo rivoluzionario o antimperialista sarebbe un errore. In Kenya, sia il governo al potere sia l’opposizione vedono spostarsi dall’uno all’altra i reciproci parlamentari con il cambiare delle rispettive posizioni politiche, con lo scopo di spartirsi le poltrone. William Ruto, uno dei capi del Odm è stato in passato il tesoriere dell’ala giovanile del partito Kanu, un organizzazione di teppisti utili alla politica creata dall’ex dittatore Moi, il quale ora è dalla parte di Kibaki. E faccio notare che il recente attacco alla chiesa in cui sono state uccise 50 persone è avvenuto a Eldoret, bacino elettorale di William Ruto, di cui è stato per molti anni il deputato eletto in parlamento.

Non tutti i partiti d’opposizione sono quindi antimperialisti o contrari all’intenzione del capitale globale di compattare il mondo. In tempi in cui le nazioni ricche e le loro elite diventano sempre più ricche e le nazioni povere e i loro poveri diventano sempre più miseri, alcuni partiti d’opposizione scelgono di stare dalla parte del capitalismo globale. L’Odm include alcune delle persone più ricche del paese. Ad esempio la famiglia Odinga è proprietaria della fabbrica di melassa Spectre International e ha legami con una multinazionale petrolifera e mineraria per l’estrazione dei diamanti. Sulla stampa internazionale Raila è definito come un «brillante milionario», il che non è del tutto falso. Ciò detto, è cruciale capire cosa significhi essere un movimento del popolo. Affinché una politica per il popolo sia davvero efficace, la solidarietà deve attraversare tutte le etnie. In altre parole, un movimento che tragga il suo potere dal popolo deve essere fondato sulla coscienza degli oppressi. Poiché non ha una base sviluppata in anni di lavoro con e per il popolo, l’Odm può solo sollevare il malcontento puntando sull’etnicità piuttosto che organizzare l’intero paese contro lo sfruttamento da parte delle elites. Come tutti i movimenti populisti, fa leva sulle peggiori paure della gente [quella di una dominazione kikuyu, per esempio] e le proietta sulla scena politica nazionale.
Al contrario, un movimento che sia davvero per il potere popolare scarterebbe queste paure per mettere in evidenza come il potere e il benessere vengono iniquamente distribuiti. Poiché l’Odm non lo ha fatto, i suoi sostenitori hanno identificato i poveri kikuyu come nemici. Un movimento per il potere popolare avrebbe diretto le sue energie e la sua rabbia contro lo stato, non contro un’altra etnia. Un movimento per il popolo dichiarerebbe la sua solidarietà con gli emarginati di tutto il mondo. È terzomondista nella sua visione. Un movimento per il popolo, poiché la sua visione nasce organicamente dalla sua lotta e dal suo impegno al fianco del popolo, presenta una posizione contro un sistema economico internazionale di sfruttamento poiché i suoi membri sono resi più poveri da quei meccanismi. L’Odm non può essere definito come panafricano e terzomondista, piuttosto ha una coscienza populista.
Inoltre, il guscio – la facciata–di movimento del popolo può essere usata dall’elite nazionale per conquistare il potere ma al servizio del capitale internazionale. Piuttosto che usare un termine come populista o popolare per riferirsi all’ Odm, sembra utile prendere in prestito una definizione dell’International Republican Institute [Iri, organizzazione fondata dall’ex-presidente Ronald Regan per promuovere «programmi di democratizzazione» nel mondo, ndr]: «consolidamento democratico» con riferimento a una tecnica utilizzata dall’Iri nella Rivoluzione arancione in Ucraina e nella rivolta haitiana che portò alla deposizione del presidente Aristide. Il «consolidamento democratico» si traduce nel mettere insieme le organizzazioni della società civile [religiose, universitarie, ong locali, associazioni di donne, etc] e unire le diverse fazioni dell’opposizione in unica forza elettorale. Se i missionari aprirono la strada al colonialismo, i gruppi evangelici delle democrazie occidentali come l’Iri aprono oggi la strada alla politica estera degli Stati uniti. L’unico vero scopo del «consolidamento democratico» è rimuovere i governi al potere. Non c’è nessuna sottostante e coerente ideologia collegabile al popolo, nessun interesse a dare potere al popolo o a restituire l’economia e le istituzioni alla sovranità popolare.
Anziché sviluppare vere radici con il popolo, in modo da diventare una sua estensione una volta al potere, l’Odm ha scelto il facile percorso del «consolidamento democratico» indicato dal modello Iri. Dobbiamo urgentemente distinguere tra movimenti per il potere popolare [come quelli che vediamo in America latina], movimenti populisti e movimenti d’opposizione neoliberali the consolidano le istituzioni democratiche a beneficio del capitale internazionale. I movimenti per il potere popolare sono una quinta forza solitamente in opposizione alle quattro esistenti: i poteri legislativo, esecutivo, giudiziario e militare.

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