Cimic

Il punto è l’acronimo. Cimic sta per «civilian military cooperation», cioè cooperazione civile-militare. L’acronimo nasconde una strategia della Nato, il cui embrione si è formato in Kosovo dopo la guerra del 1999 ed è maturato tra le province afghane. Il maresciallo Giovanni Pezzullo, ucciso oggi a poche decine di chilometri da Kabul, stava compiendo una missione nell’ambito del Cimic group south. Era parte della scorta militare che proteggeva il team civile incaricato di ripristinare i servizi sanitari nel distretto di Uzebeen. E’ il dodicesimo soldato italiano ucciso in Afghanistan. Prodi prontamente ha detto che la missione continua. In che termini? Nell’acronimo Cimic il peso è tutto sul «military». Lo dimostrano tanto gli stanziamenti decisi dai governi italiani dal 2001 a oggi [nove decimi ai militari] quanto le reiterate richieste di più truppe, e per ruoli di combattimento, che arrivano dai vertici dell’Alleanza atlantica. Eppure, tutti i rapporti, dall’Onu in giù, governativi e non, indicano che l’unica via praticabile per cercare di salvare gli afghani più che l’Afghanistan è spostare, con decisione, l’accento su «civil». Non è stato fatto finora, e probabilmente non verrà fatto nel prossimo, immediato futuro. Perché ciò implicherebbe rivedere tutta la strategia e l’evoluzione della Nato, dal 1999 a oggi, il ruolo «costituente» che l’Alleanza si è attribuito e la parte specifica che l’Italia recita. Dibattito complicato, perché vorrebbe dire anche accettare di discutere che in un modo anziché in un altro la «missione» in Afghanistan è destinata a durare molto a lungo. Non è ragionamento da campagna elettorale. Tornerà la dodicesima bara, suonerà il silenzio.

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