Giornata carica di tensione a Beirut per i due cortei contrapposti. In piazza dei martiri, al centro della città, decine di migliaia di sostenitori della coalizione «filo-occidentale» si sono riuniti per celebrare il terzo anniversario dell’assassinio dell’ex premier Rafiq Hariri, ucciso da un’autobomba il 14 febbraio del 2005. Il suo assassinio–per il quale è stata accusata la Siria, ma senza che l’inchiesta internazionale abbia finora portato a solide conclusioni–ha segnato l’inizio della lunga crisi politica e istituzionale che attanaglia ancora oggi il paese dei cedri, da due mesi privo di un presidente e di un governo.
A pochi chilometri da piazza dei martiri, dove Hariri è sepolto, si sono svolti i funerali di Imad Mughniyeh, uno dei comandanti militari di Hezbollah, ucciso martedì da un’autobomba a Damasco. Il funerale, tenuto nella roccaforte sciita della periferia meridionale di Beiurt, è stata una specie di prova di forza di Hezbollah, che ha accusato il colpo dell’uccisione di Mughniyeh, ma ha risposto, come nel suo stile, dimostrando la propria capacità di rilanciare tanto il proprio ruolo nella politica libanese quanto l’appeal come baluardo della resistenza contro le ingerenze israeliane, statunitensi e anche francesi in Libano. Il discorso del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, è stato trasmesso su schermi giganti.
Da una parte e dall’altra si sono levati appelli all’unità dei libanesi, tuttavia, per evitare che tra i due cortei ci potesse essere qualche attrito–pericolosissimo nel clima attuale–l’esercito libanese ha schierato un cordone di oltre ottomila soldati.
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