In Pakistan, chiuse le urne, iniziano le domande

I seggi hanno chiuso alle 17 ora locale, le 13 in Italia, anche se in alcune zone del paese le operazioni di voto sono andate avanti ancora per un po’. Dalle prime impressioni sembra che l’affluenza alle urne sia stata molto alta, forse più del 50 per cento delle precedenti elezioni. Un segnale, se il dato fosse confermato, della volontà di cambiamento che anima i cittadini pachistani. Gli aventi diritto al voto erano 81 milioni, la metà della popolazione totale. Non sono stati segnalati incidenti ai seggi e questo è un punto a favore del presidente Pervez Musharraf, che aveva promesso elezioni tranquille, leali e trasparenti. Tranquillo il voto lo è stato, dopo gli attentati che avevano insanguinato gli ultimi giorni di campagna elettorale, ma resta da vedere se sia stato anche leale e trasparente. I partiti di opposizione, con in testa il Partito popolare del Pakistan [Ppp] guidato dal marito di Benazir Bhutto, Asif Ali Zardari, hanno già avvisato che in caso di brogli scenderanno in piazza a protestare. Le elezioni erano originariamente previste per l’8 gennaio, ma dopo l’assassinio di Benazir Bhutto, uccisa il 27 dicembre scorso a Rawalpindi, Musharraf aveva deciso di rinviare il voto, per cercare di far calare la tensione nel paese. Zardari ostenta ottimismo, anche perché i sondaggi danno il Ppp al primo posto tra i partiti del paese. Dopo aver votato nella sua città natale di Nawab Shah, il vedovo di Benazir, erede assieme al figlio della più importante dinastia politica del paese, ha dichiarato ai cronisti: «Il governo del popolo sta per arrivare». Una dichiarazione di propaganda, dato che è proprio il dopo voto la principale incognita sul futuro del paese e dello stesso Ppp. Se non ci saranno brogli, dicono quasi tutti gli analisti di politica pakistana, è molto probabile che il Ppp sarà confermato come la prima forza politica del paese. E allora Zardari e più di lui i maggiorenti del partito dovranno decidere come spendere il loro capitale di credibilità democratica. Le ipotesi sono sostanzialmente due, con possibili variazioni intermedie: partecipare a un governo di «unità nazionale» assieme alla Lega musulmana guidata da Musharraf oppure formare assieme agli altri partiti di opposizione un governo contro il presidente. In questo secondo caso, la piattaforma politica potrebbe essere quella del ritorno all’ordine costituzionale, con il reintegro dei giudici della Corte suprema estromessi da Musharraf a novembre, quando venne proclamato lo stato d’emergenza. Inoltre, un governo anti-Musharraf dovrebbe affrontare – per modificarne i termini – tanto il ruolo del Pakistan nel sostegno all’impresa militare degli Usa in Afghanistan, quanto le urgentissime questioni economiche, trascurate da Musharraf. Nella prima ipotesi, invece, la leadership del Ppp rimarrebbe fedele all’accordo ufficioso concluso da Musharaff e Benazir Bhutto a Dubai, grazie alla mediazione statunitense. L’accordo, definito dallo storico pachistano Ahmed Rashid come un «matrimonio di interesse» prevedeva la divisione dei compiti: al generale il proseguimento della guerra contro i «talebani pachistani» concentrati nelle province del nord ovest, al confine con l’Afghanistan; ai vertici del Ppp, invece, sarebbe toccato rappresentare la faccia democratica del paese, di fronte all’opinione pubblica interna e a quella internazionale. Il rischio, molto concreto, è che il Ppp si spacchi proprio lungo questo asse, tra chi è favorevole a fornire a Musharraf la legittimazione civile di cui il suo regime ha bisogno e chi invece preferisce schierarsi con i movimenti che negli ultimi mesi hanno sfidato il governo militare. È una spaccatura generazionale e sociale. I notabili del Ppp che traggono la loro forza dai feudi elettorali del Sindh, la provincia meridionale del paese, sono favorevoli alla prima ipotesi; i settori del partito che rappresentato le classi medie urbane, invece, sono più propensi a scommettere sulla fine del regime militare.

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