La miccia kosovara si accorcia

Due giorni dopo la dichiarazione d’indipendenza, il primo ministro kosovaro Hashim Thaci, si è messo al lavoro. Assieme al presidente Fatmir Sejdiu, l’ex capo militare dell’Uck ed ex protetto di Madeleine Albright e di Bill Clinton ai tempi della finta trattativa di pace a Ramboiullet [era il 1999 e già i caccia della Nato si preparavano a colpire] ha scritto ai capi di stato e di governo di 192 paesi del mondo per chiedere il riconoscimento del nuovo stato. Thaci si dice fiducioso: le risposte, positive, arriveranno presto. Alcune, pesanti, sono già arrivate. Dopo la frammentazione dell’Unione europea che si è spaccata tra favorevoli e contrari all’indipendenza, è stato il presidente statunitense George Bush ha gettare sul piatto della bilancia internazionale tutto il volume di fuoco diplomatico degli Stati uniti. Dalla Tanzania, penultima tappa del suo tour africano, Bush ha detto che la dichiarazione d’indipendenza è stata «corretta» e che «il mondo presto accoglierà il nuovo stato». Il mondo, però, è molto diviso. Mosca appoggia le contromosse diplomatiche decise dal governo di Belgrado, che ha richiamato l’ambasciatore negli Usa e si prepara a fare lo stesso con i paesi che hanno già riconosciuto il Kosovo indipendente. La Russia stessa, poi, ha detto che non riconoscerà il nuovo stato e ha definito «illegale» la secessione della provincia a maggioranza albanese. Posizione condivisa da Pechino che dice Kosovo, ma pensa al Tibet, a Taiwan e alla provincia dello Xingkiang [o Turchestan cinese] dove la minorana musulmana e turcofona degli uiguri combatte da tempo contro Pechino. In Europa, al riconoscimento tedesco, francese e italiano, si contrappone il no secco arrivato dalla Spagna [che pensa all’Euskadi e alla Catalogna], dalla Grecia, dalla Romania [che teme che il contagio secessionista possa arrivare fino alla Transilvania dov’è concentrata la minoranza rumena.
L’indipendenza kosovara–dice Mosca–rischia di mettere a repentaglio la stabilità mondiale. Una dichiarazione strumentale, certo, ma che contiene più verità di quanto non sembri. Dalla Bretagna fino al Kurdistan e oltre, l’esempio kosovaro ha riacceso le speranze delle «piccole patrie» etniche. Due esempi emblematici sono, ancora una volta, i Balcani e il Caucaso. Nella Bosnia Erzegovina modellata dagli accordi di Dayton lungo i confini delle «etnie», la Repubblica Srpska, che assieme alla confederazione croato-musulmana è una delle due gambe della Bosnia postbellica, potrebbe dichiarare l’indipendenza, per poi, magari unirsi alla Serbia. Nel Caucaso, i leader delle autoproclamate repubbliche dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud [entrambe in territorio georgiano] hanno chiesto a Mosca di riconoscere la propria indipendenza dal governo di Tbilisi. Molti analisti avevano avvertito del rischio che la dichiarazione di Pristina scatenasse un effetto domino lungo le frontiere euroasiatiche. L’allarme è stato ignorato.
In questo magma diplomatico, la posizione dell’Italia è più fragile del solito. Il governo Prodi si era impegnato per evitare lo strappo kosovaro-albanese, eppure, Massimo D’Alema, presidente del consiglio durante la guerra del 1999, già domani in parlamento annuncerà che l’Italia è pronta a riconoscere il nuovo stato. La formula anticipata a Bruxelles al termine dell’incontro dei ministri degli esteri della Ue è singolare: stato indipendente sotto la sovranità della comunità internazionale. Un modo, goffo, per evitare di rompere con Belgrado e nello stesso tempo cercare di rimanere agganciata alla posizione degli Stati uniti e della maggioranza dei paesi dell’Ue. Ma è anche un modo per dire che la presenza internazionale in Kosovo [15 mila soldati della Nato, e presto anche 1800 «poliziotti» dell’Ue] è destinata a durare ancora a lungo.
Intanto, giovedì è prevista una manifestazione nazionale a Belgrado, per chiedere che il Kosovo rimanga parte della Serbia, come previsto dagli accordi di Kumanovo, che a giugno del 1999 posero fine alla campagna di bombardamenti della Nato. In diverse città della Serbia e al confine tra Serbia e Kosovo ci sono stati incidenti, con assalti a pietrate contro «simboli» della politica dell’Ue e degli Usa: una chiesa cattolica, più di un McDonald’s e un centro commerciale della catena slovena Merkator. Sul confine tra Kosovo e Serbia, due posti di frontiera sono stati dati alle fiamme e anche alcune auto dell’Unmik sono state assalite dai manifestanti serbi. Alle parole dei nazionalisti guidati da Tomislav Nikolic [appena sconfitto nelle elezioni politiche dal democratico Boris Tadic] fanno eco quelle del presidente Vojslav Kostunica che ha definito la dichiarazione di indipendenza come «l’atto finale dell’aggressione iniziata nel 1999». E per quanto tra i cittadini serbi sembri prevalere più la preoccupazione per il proprio futuro che l’attaccamento alla «culla della nazione», dipenderà dalle scelte internazionali se questi primi fuochi diventeranno un incendio più vasto.

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