Ci sarebbe molto da discutere, articolo per articolo, a proposito del decreto di rifinanziamento delle missioni militari italiane all’estero. Da oggi il parlamento [prima la camera e poi il senato] inizia l’esame del testo predisposto dal governo. Il governo è uscente, il parlamento già occupato con le candidature, i calcoli, i collegi. Il decreto, come sempre, è pessimo: non solo perché accorpa in un unico testo e quindi in un unico voto situazioni molto diverse, ma anche perché arriva, con calcolato tempismo, quando ormai ogni dibattito è sostanzialmente impossibile. Si voterà sì [Pd e gran parte delle cosiddette opposizioni] e no [Sinistra arcobaleno] solo sulla base di un calcoro elettorale. Se convenga, cioè, dare prova di «affidabilità», o se invece sia più opportuno, «finalmente» votare contro la guerra, dopo aver ingoiato quattro decreti simili nei quasi due anni di maggioranza prodiana.
Afghanistan, Kosovo, Libano: basta l’elenco delle missioni principali [non le uniche] per capire che ogni voto sul rifinanziamento dovrebbe essere l’occasione per fare il punto sulla politica estera italiana e più ancora sulla situazione in quei paesi. La morte del dodicesimo soldato italiano in Afghanistan è stata digerita con una disinvoltura da trincea; la crisi del Libano viene raccontata come se fosse un altro paese rispetto a quello dove sono schierati 2 mila soldati italiani; il Kosovo, esemplare caso di interessata miopia internazionale, sembra non riguardi il centrosinistra che appoggiò la guerra del 1999. Ci sarebbe molto da discutere, certo. Ma perché complicarsi la vita parlando di Kandahar, di Mitrovica o di Beirut quando l’autobus verde di Veltroni va a Teramo? Nei dodici punti, sul resto del mondo, non c’è una riga.
Tags assegnati a questo articolo: Italia, missioni militari






