Il decreto di rifinanziamento delle missioni militari che la camera ha appena approvato contiene, nel capitolo di spesa sul Kosovo, la previsione dello stanziamento per il programma dell’Ue che dovrebbe garantire una «ordinata transizione» dall’amministrazione dell’Onu [attraverso Unmik] a quella civile. In attesa, dice il testo, di una risoluzione dell’Onu e dell’accordo sullo status finale del Kosovo. L’accordo non c’è stato, anzi. C’è stato lo strappo di Pristina, con la dichiarazione unilaterale di indipendenza. C’è stato il riconoscimento «cluster» dei paesi dell’Unione europea che ha perso qualsiasi unità d’intenti sul Kosovo [ma nello stesso prevede un programma di «transizione»]. C’è stata la partenza dell’ambasciatore serbo in Italia e le grandi manifestazioni di protesta dei serbi a Belgrado. Il meccanismo gira: il finanziamento del programma europeo, così come quello della partecipazione italiana a Unmik e alla Msu, la polizia multinazionale in Kosovo, servono da ombrello a Massimo D’Alema per giustificare il riconoscimento della secessione di Pristina. E viceversa: la mancanza di accordo, di strategia e–in ultima analisi–di politica, italiana ed europea, crea le condizioni perché la tensione in Kosovo continui e quindi giustifichi la missione militare. Meglio di così non si può. Il risultato è duplice, come minimo. Da un lato, la Nato continua a svolgere il suo ruolo «costituente», inventato con il concetto strategico rinnovato adottato proprio nel 1999 a ridosso della guerra contro la Jugoslavia; dall’altro, l’emergenza che si autoalimenta impedisce qualsiasi dibattito, in parlamento come nel paese. E’ un meccanismo formidabile, blindato. A prova di crisi di governo e di coscienza.






