La velocità e la veemenza delle reazioni internazionali non fanno che rafforzare la sensazione di un «accerchiamento» attorno alla Serbia. Appena poche ore dopo gli assalti alle ambasciate statunitense, turca, britannica, tedesca, croata e belga, avvenute nella notte a Belgrado–dopo la imponente e pacifica manifestazione contro l’indipendenza del Kosovo–l’Onu e l’Ue hanno alzato la voce e il prezzo. Il consiglio di sicurezza, che non ha battuto ciglio rispetto alla violazione della lettera e dello spirito della risoluzione 1244 sul Kosovo, ha condannato gli attacchi alle ambasciate a ha ricordato al governo serbo che è suo «dovere» proteggere le sedi diplomatiche straniere. Tanto il premier serbo Boris Tadic, quanto il presidente Vojslav Kostunica avevano già criticato i «teppisti» che hanno assalito le ambasciate. Vuk Jemerek, ministro degli esteri di Belgrado, ha detto che «questi atti non aiutano la causa serba» e Kostunica ha invitato i cittadini a proseguire con le manifestazioni, ma pacifiche.
La Ue però ha subito fatto marcia indietro su tutto o quasi il «percorso politico» che avrebbe dovuto accompagnare la dichiarazione «concordata» di indipendenza del Kosovo. Meno di un mese fa, il sottosegretario agli esteri Famiano Crucianelli, che ha la delega per i Balcani, aveva dichiarato a Carta che un’eventuale dichiarazione di indipendenza unilaterale sarebbe stata un disastro per l’Europa e che l’Italia avrebbe lavorato per il percorso di «indipendenza concordata». Invece, l’indipendenza c’è stata e il governo italiano ha subito riconosciuto il nuovo stato, smentendo in due giorni il lavoro diplomatico degli ultimi due anni. Javier Solana, oggi responsabile della politica estera dell’Ue e nel 1999 segretario generale della Nato, ha annunciato che l’Ue ha decio di «congelare» il negoziato con Belgrado, che avrebbe dovuto portare alla firma di un accordo intermedio, prima di quello di associazione con l’Ue che di fatto è l’anticamera dell’ingresso nell’Unione. Sono bastate–almeno per i vertici dell’Ue–le proteste di ieri a fornire l’alibi per bloccare il negoziato. La miccia kosovara, però, continua a bruciare. In un’intervista esclusiva pubblicata da Osservatorio Balcani, Milan Ivanovic, segretario generale del Consiglio serbo del Kosovo del nord, uno dei leader più influenti del Kosovo settentrionale, ha definito «illegale e illegittima» la missione Eulex, il corpo di «polizia» europeo che dovrebbe arrivare in Kosovo per «garantire la transizione» dall’amministrazione Onu a quella «nazionale». Per questa missione, ancora senza alcuna legittimazione dell’Onu, la camera del parlamento italiano ha approvato ieri i fondi decisi dal governo. Ivanovic ha detto che i poliziotti serbi inquadrati nella Kps [la polizia kosovara] non rispondono più al governo di Pristina, ma continuano a collaborare con l’Unmik.
E intanto le parole più dure finora sono arrivate da Mosca. La piazza di Belgrado ha invocato apertamente l’intervento russo a favore delle ragioni serbe e l’ambasciatore russo presso la Nato, Dmitry Rogozin, ha avvisato tanto l’Ue che la Nato che se le forze militari dell’Alleanza atlantica presenti in Kosovo [15 mila uomini] si comportano e agiscono oltre il mandato stabilito dalla risoluzione 1244 dell’Onu, «la risposta non potrà che essere molto forte: una risposa militare». E’ molto improbabile, tuttavia, che Mosca–o anche Belgrado–arrivi alla guerra per difendere il Kosovo. Il segnale, però, è chiaro: sul terreno di Pristina si sta giocando una partita ben più ampia. In cui la posta in palio è l’Ue: il grimaldello del Kosovo è servito agli Usa per ricompattare il campo dei più fedeli «alleati» in Europa, quello che si era dissolto per i disastri della guerra in Iraq e in Afghanistan. Gli incendi della notte di Belgrado bruciano soprattutto le stelle della bandiera europea.






