Il Kosovo è un test per il dopo Bush

La precipitazione della vicenda kosovara rimanda al di là dei suoi risvolti immediati alla questione degli scenari internazionali che andranno ad aprirsi con la prossima presidenza Usa. E’ proprio nei Balcani, oltre che nel martoriato Medio Oriente, che sono iniziate negli anni Novanta le sperimentazioni del nuovo ordine «unipolare»: guerra asimmetrica, interventismo umanitario, nuove regole di diritto internazionale e aggiramento dell’Onu [quando non pienamente accondiscendente], ampliamento del
ruolo della Nato, missioni di «pace», state-building.
Ma, a evitare analogie imprecise, conviene chiedersi se il passaggio eteroguidato al nuovo protettorato sia solo l’ennesima conferma dell’unilateralismo della dottrina Bush o se siamo di fronte a un seppur minimo scarto rispetto al corso del dopo 11 settembre. Un po’ contro corrente rispetto a gran parte dei commenti, mi sentirei di rispondere che uno scarto c’è. E proprio questo aggiustamento -in gestazione e da decifrare con estrema attenzione – segnala un terreno di possibile ridefinizione della strategia internazionale per la prossima amministrazione, soprattutto se democratica. Il terreno di una exit strategy dal bushismo. Necessaria e urgente – in qualche modo anche per i repubblicani – dopo i disastri dell’era Bush.
Il passaggio è quello della risposta alla crisi del bushismo, non a caso nel quadro di una globalizzazione neoliberista in seria difficoltà. La falla aperta dal ciclo «no global» e «no war» sta andando ben oltre la messa in discussione dei poteri globali, con le prime pesanti ricadute in termini di crisi economica e sociale fin nel cuore dell’impero. A scanso di equivoci va detto subito che la risposta in gestazione non sarà al fondo meno pericolosa in quanto variante della guerra globale, ma lo sarà con forme diverse.

Cosa si dice a Washington…

Un «unfinished business» portato a buon termine: è questo il senso comune al Dipartimento di Stato che ha ribadito il sì al «special case» dell’indipendenza kosovara. Un punto di merito per il partito repubblicano e la sua campagna: ora anche McCain potrà dire «we can», l’esperimento è ripetibile a date condizioni in Iraq, e in Afghanistan. E i due candidati democratici? Pieno appoggio all’indipendenza kosovara: «pone fine» a una catena di eventi sanguinosi per Obama; è «benvenuta» per Hillary che potrà magari rivendicare al suo clan la primogenitura, via bombardamenti Nato del 1999 da lei caldamente sostenuti, dell’intera vicenda di fronte a un riluttante Congresso allora a maggioranza repubblicana.

Siamo quindi di fronte a un primo caso di bipartisanship dopo e nel mezzo di accese polemiche e contrapposizioni sul disastro iracheno. Delle due l’una: o si tratta di un abbaglio, misto a opportunismo elettorale, dei candidati democratici, oppure si intravvede, una trama comune da ritessere in vista del passaggio al dopo Bush. Una trama che non segna un ritorno all’indietro rispetto al globalismo, pur diversamente declinato, delle due amministrazioni «unipolari».

… e a Bruxelles

Passando da questa parte dell’Atlantico, non si può negare alla regia nordamericana del teatrino kosovaro il tratto unilateralista da politica del fatto compiuto, nei modi tempi e obiettivi, incurante degli assetti vigenti, in continuità con la provocazione, da «pace fredda», da tempo perseguita contro la Russia [ampliamento della Nato, scudo missilistico…]. Con il non secondario obiettivo di costringere l’Europa, meglio sarebbe dire i paesi europei, a compattarsi intorno agli Stati uniti a fronte delle inevitabili risposte russe.
E però affiorano alcune novità. La più rilevante, in particolar modo se confrontata alla vicenda irachena, è il consenso partecipato degli stati pilastro della Ue: Germania e Francia, oltre alla scontata Gran Bretagna, con l’Italia eterna accodata. E’ un fatto. Che possiamo attribuire alla debolezza, e vigliaccheria, delle élites europee, alla miopia e ritrosia a contrapporsi nuovamente al grande alleato, già furente per lo scarso impegno afghano, alle aspettative di un cambio della guardia a Washington ecc. Comunque sia esso contiene un’indicazione precisa e fattiva: l’attivazione in prima persona dei paesi cuore della Ue nella «supervisione», leggi protettorato, organizzazione di una nuova pseudo-entità statale ricavata dalla scomposizione manu militari di uno stato già «canaglia». E’ un onere in prima istanza per conto degli Usa, assunto magari controvoglia, ma almeno in parte con l’obiettivo di farsi gestore e garante della stabilità di un’area, interlocutore finalmente credibile del grande alleato. Ciò segna un passaggio che indica sul versante europeo un cambio di registro inquadrabile anche qui nella prospettiva del dopo Bush. La trama bipartisan interna all’arena politica statunitense tende qui a rovesciarsi in un multilateralismo rivisitato.

Grand Strategy

Su entrambi i versanti, l’era Bush volge alla fine. E’ bene però non equivocare, e tanto meno illudersi, sulla natura e sugli obiettivi della possibile nuova Grand Strategy. Quello che sembra delinearsi è un globalismo un po’ più «multilateralista», comunque selettivo, e non meno improntato a quella «distruzione creativa» [«instabilità costruttiva» per i neo-cons] divenuta oramai parte integrante della proiezione globale della potenza statunitense. Con un elemento in più che marca una differenza specifica anche rispetto al clintonismo. Per diradare un poco la nebbia può essere utile riandare brevemente a un’ipotesi che sta prendendo corpo da dentro il dibattito in corso già da qualche tempo tra le teste d’uovo delle università d’élite, dei principali think tanks e dei circoli politici influenti, sulla strategia di «sicurezza nazionale» più opportuna per il mantenimento della leadership nel XXI secolo.
Una prima sistematizzazione la si trova nel report finale del Princeton Project . La proposta è quella di un multilateralismo oltre l’Onu: una riscrittura del diritto e delle istituzioni internazionali vigenti che riformi radicalmente il Consiglio di sicurezza togliendo a Cina e Russia il potere di veto, sancisca definitivamente il diritto della comunità internazionale a intervenire in situazioni di crisi cancellando il principio di sovranità nazionale in base alla «responsabilità di protezione» e, su tutto, appronti un forum alternativo di istituzioni rigidamente limitato alle liberal-democrazie di modello occidentale, ma in grado di cooptare paesi come India e Brasile, come superiore fonte di legittimazione internazionale in grado di autorizzare anche l’uso della forza
Lo si chiami Concert of Democracies come fa il documento di Princeton o Lega della Democrazie come ha fatto McCain aderendo all’idea – che piace anche a molti consiglieri di Obama e di Hillary – alla base è il tentativo di salvare il tema caro non solo ai neo-cons dell’esportazione della democrazia, anche via uso preventivo della forza esteso alle armi nucleari, coniugato però con la ricerca di un nuovo consenso internazionale «democratico». Con una Nato ampliata, riformata e flessibile, aperta al contributo indispensabile della cooperazione «civile» nei processi di governance con e dopo le missioni militari. Efficacia e consenso, appunto.
Svanite le euforie «imperiali» del momento unipolare si cerca così di prender congedo dai fallimenti della linea Bush. Quello che si prepara è la statuizione di una nuova architettura istituzionale che faccia della «guerra al terrorismo» – quadro comune, se pur controverso, ai diversi candidati presidenziali – una battaglia non solo militare ma politica finalmente costituente di un nuovo «ordine». Il grande definitore sono ovviamente gli States, ma a patto di saper coinvolgere le altre «democrazie» in un network anche informale di coordinamento e azione a geometria variabile basato su inclusioni [e esclusioni] differenziali. Molto postmoderno.

Non ci vuole molto allora a vedere che il caso Kosovo può essere letto, anche, come un test in questa direzione. Basta aver seguito il percorso all’«indipendenza» minuziosamente preparato a tavolino. O leggere il comunicato comune del 17 febbraio dei membri europei del Consiglio di sicurezza dell’Onu [Belgio, Croazia, Francia, Gran Bretagna e Italia] assieme alla Germania, alla presidenza dell’Unione europea e agli Stati uniti: «Ci rammarichiamo che il Consiglio di sicurezza non riesca a trovare accordo sulla soluzione, ma lo stallo è stato chiaro per diversi mesi. Non cambierà. Abbiamo intenzione di assumerci la nostra responsabilità, come Stati e attraverso l’Unione europea e la Nato, per assicurare stabilità e sicurezza nella regione».

Old Europe e movimenti

In questo quadro cosa indica l’atteggiamento europeo? Che, al di là delle scontate differenze di interessi e atteggiamenti, nella sostanza il blairismo tra le élites ha vinto: accettare il nuovo terreno imposto dagli Stati uniti viene vista come l’unica condizione per poter contrattare con l’alleato e ritagliarsi uno spazio. Questo vorrà dire più impegno anche militare nelle attuali e future «missioni di pace», a partire dall’Afghanistan, e più rischi in proprio. Si daranno nuovi contrasti e ulteriori divisioni, ma comunque a rimorchio della strategia statunitense. Altro che «potenza civile europea».
Il nodo politico cruciale qui sta nell’individuazione di cosa è cambiato rispetto allo scontro sull’Iraq: è venuta meno per diverse ragioni l’ampia opposizione sociale che – questa, e non una presunta autonomia delle classi dirigenti europee che in senso forte mai si è data – in quel frangente ha fatto la vera differenza. Questo elemento al momento si è assopito, ma con esso dovranno fare i conti i prossimi passaggi se è vero che la trasformazione del warfare occidentale ha reso la guerra un’impresa politicamente, se non militarmente, assai vulnerabile. Non solo da noi, ma anche negli States dove la ricerca da parte dell’establishment di una ricomposizione bipartisan nulla toglie al fatto che c’è e ci sarà scontro vero tra democratici e repubblicani e, quel che più interessa, tra sistema politico e parte della società sul nodo del ritiro dall’Iraq e più in generale su cosa andrà a essere la nuova sintesi post-bushiana.

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