Nel corso degli ultimi mesi la Serbia ha riacquistato, giorno dopo giorno, spazio nei media italiani ed internazionali. Da più di una settimana le vicende di Belgrado e le dichiarazioni dei suoi leader campeggiano su ogni quotidiano. La Serbia ora fa un po’ paura [non troppo], fanno un po’ paura gli scontri a Belgrado e fanno un po’ paura le dichiarazioni vendicative di Kostunica & C. verso l’Italia e gli altri stati che in un batter d’occhio hanno riconosciuto il nascente baby-stato del Kosovo.
Improvvisamente scopriamo che la Serbia non legittima l’Ue, la sua politica e i suoi errori verso i Balcani. Ma perché ne prendiamo atto solo ora, quando la crisi del Kosovo è giunta al suo epilogo, scontato, ma per nulla gestito e preparato?
La credibilità e la legittimità della politica europea verso la Serbia è in crisi da almeno tre anni; dal 2005 in poi i troppi dietro-front della Commissione europea sulla cooperazione con il Tribunale dell’Aia, sulla condizionalità non rispettata e sulle riforme di facciata hanno intaccato la credibilità della politica dell’Ue e i leader di Belgrado si sono ben presto adeguati.
L’opinione pubblica è divisa tra chi non vede nell’Europa il futuro della Serbia e chi ancora crede nelle promesse di Bruxelles; tuttavia, l’incertezza e l’incapacità dell’Ue verso i Balcani è percepita dall’intera comunità serba.
Aldilà del vittimismo storico della Serbia nei confronti dell’Europa, il messaggio lanciato dai leader politici [chi con toni più accesi, Kostunica e i radicali, chi con toni pacati e diplomatici, Tadic] è che la Serbia continua ad essere trattata in modo diverso dagli altri paesi, che alla Serbia vengono richieste «fatiche» e «sacrifici» che ad altri non sono stati richiesti. Ciò è in parte vero e le incongruenze, le difficoltà dell’Europa nella politica di allargamento e nelle relazioni con altri paesi dell’area non hanno fatto altro che alimentare tale sentimento. E’ in questo clima che il valore del nazionalismo continua ad essere forte, presente e a costituire una radice importante anche per la comunità dei serbi «illuminati», giovani, istruiti e in contatto continuo con l’Europa.
La Serbia e l’Ue si sono allontanate sempre più, mese dopo mese, e più la risoluzione sullo status del Kosovo si avvicinava, più le due prendevano strade diverse; perché da Bruxelles sono stati a guardare? Forse che la Commissione si sia definitivamente arresa e abbia preso atto dei propri errori e della propria incapacità di influire sul paese? La Serbia è diventata la spina nel fianco per la politica della condizionalità della Ue; la Serbia è diventata l’eccezione negativa nel grande successo dell’allargamento ad est; la Serbia è diventata una questione spinosa anche per il [non] governo italiano che tenta con messaggi amichevoli di far sbollire Belgrado. E’ in questa situazione che Mosca si rallegra e tenta, sfruttando il momento, di far sentire di nuovo la sua voce, riguadagnandosi un ruolo di spicco nel teatro della geopolitica internazionale.
La Serbia è vicina, la Serbia e Belgrado sono Europa molto più di quanto non lo siano altri luoghi; la Serbia è strettamente legata all’Italia attraverso le università, le associazioni, gli scambi commerciali ed istituzionali, eppure anche l’Italia in questo momento non può far altro che accodarsi ai dettami dei più grandi, riconoscendo il Kosovo come stato-nazione e sperando che Belgrado prima o poi si rassegni.
Il grande dubbio che rimane è se davvero l’UE abbia scelto il male minore, come si legge su tanti quotidiani internazionali, o se abbia semplicemente scelto di tirarsi indietro lasciando che la questione del Kosovo andasse alla deriva attraverso dei negoziati fittizi. E inoltre, posto che forse davvero non si poteva fare nient’altro per arrivare ad una soluzione negoziata, perché l’UE non è almeno intervenuta fermamente nel gestire e preparare i tempi e i modi della proclamazione indipendenza? Gli incidenti di Belgrado erano più che annunciati e la tiepida attenzione della comunità internazionale sembra testimoniare ancora una volta la totale incapacità nel gestire la situazione. I continui richiami alla missione Eulex, che, incredibilmente, dovrebbe trasferire in Kosovo la democrazia e lo stato di diritto, risuonano come l’ennesimo tentativo di nascondere dietro ad un paravento uno dei grossi errori della politica europea nei Balcani.
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