Gaza sotto il fuoco, 17 morti in due giorni

L’aviazione militare e le truppe di terra israeliane martellano da due giorni la Striscia di Gaza. Il pretesto per la nuova incursione è stato il lancio di un razzo Qassam, due giorni fa, contro la cittadina israeliana di Sderot. Il razzo ha ucciso uno studente israeliano. La risposta delle forze armate di Tel Aviv non si è fatta attendere e nel giro di 24 ore, tra raid aere su presunti «obiettivi mirati» e incursioni di terra delle truppe speciali, sono stati uccisi 17 palestinesi, tra cui un neonato di appena sei mesi. L’ultima incursione, giovedì mattina, ha causato un’altra vittima. Da Tokyo, dove si trova in visita ufficiale e rispondendo alle reazioni internazionali, sempre più critiche verso la politica israeliana contro la Striscia di Gaza, il premier Ehud Olmert ha dichiarato che per Israele non c’è alcuna possibilità di levare il blocco a Gaza fino a quando continueranno i lanci di razzi contro Sderot. «Prenderemo tutti i terroristi–ha detto Olmert–La sola cosa che chiediamo ai palestinesi è di non uccidere israeliani innocenti». La sproporzione tra la situazione nella Striscia di Gaza e la reazione israeliana a ogni azione di guerriglia palestinese, però, sta creando non poche difficoltà anche all’amministrazione statunitense, che a novembre aveva cercato di vendere il vertice di Annapolis come la ripresa delle trattative di «pace» tra israeliani e palestinesi. Condoleezza Rice, segretario di stato Usa, in arrivo nei prossimi giorni in Medio Oriente, dopo aver espresso il proprio «dispiacere» per la morte dello studente israeliano a Sderot, ha tuttavia detto di essere «preoccupata per per la situazione umanitaria e per il fatto che nella Striscia di Gaza vengono colpite persone innocenti». Solo una dichiarazione di facciata? Probabile, anche perché la tensione rischia di trasferirsi dalla Striscia, controllata da Hamas, alla Cisgiordania, ancora sotto il controllo–almeno formale–dell’Autorità nazionale palestinese e di al Fatah. Il presidente palestinese Abu Mazen, che nei prossimi giorni incontrerà Rice, rispondendo alle domande di un quotidiano giordano, ha detto che «in futuro lo scontro armato con Israele potrebbe riprendere». «In questo momento io sono contro il ricorso alle armi contro Israele perché non avremmo la meglio–ha detto Abu Mazen–ma in futuro le cose possono cambiare». Nell’intervista, il presidente palestinese ha ricordato che «Non ci potrà essere alcuna soluzione della crisi mediorientale senza un accordo su Gerusalemme e su altre questioni, come quella relativa ai profughi, alle colonie, ai confini , alla sicurezza e all’acqua», cioè i punti su cui Israele finora a sempre evitato di impegnarsi nel negoziato. Quanto ad Hamas, Abu Mazen ha ipotizzato il ritorno anticipato alle urne, e ha aperto alla possibilità di un accordo per un governo di unità nazionale, «ma solo dopo che Hamas avrà ammesso di aver compiuto un golpe a Gaza». Una condizione difficile da accettare per il movimento di resistenza islamico, che aveva vinto le elezioni palestinesi di due anni fa.
A giugno dell’anno scorso, Hamas ha assunto il contro della Striscia e iniziato progressivamente a sostituire le istituzioni ufficiali con le proprie. A settembre 2007, Israele ha dichiarato la Striscia di Gaza «entità nemica» e ha iniziato il blocco delle frontiere, dei trasferimenti doganali e il razionamento dell’energia elettrica. Le condizioni di vita dei palestinesi nella Striscia sono peggiorate rapidamente, fino a quando, un mese fa, gli attivisti di Hamas hanno fatto saltare il valico del confine di Rafah, tra Gaza e l’Egitto. Per alcuni giorni, oltre 700 mila palestinesi, su un milione e mezzo che vivono a Gaza, sono andati in Egitto a rifornirsi di beni di prima necessità. L’Egitto ha chiurso il varco di Rafah e il blocco israeliano è ripreso, anche se con qualche timida concessione in più, per evitare le pressioni internazionali. Una preoccupazione che non basta a fermare i raid dei caccia e dei carri armati.

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