Domenica 2 marzo in Russia si svolgeranno le elezioni presidenziali. Dopo otto anni Vladimir Putin lascerà il Cremlino. L’evento, di per sè importantissimo, sta passando sotto traccia nei quotidiani nazionali che a malapena lo ricordano nei loro reportage. Una spiegazione c’è. Più che di elezioni si tratta di un passaggio di consegne tra Putin ed il suo delfino, Dmitry Medvedev. Non ci sono, infatti, dubbi sul nome del vincitore, candidato del partito Russia Unita. L’interesse è tutt’al più puntato sull’affluenza e sulla percentuale di voti che prenderà Medvedev, che per quanto appoggiato dal presidente uscente non è comunque Putin.
Come scrive Astrit Dakli sul manifesto, l’establishment occidentale – giornalisti, opinion-makers, politici – si concentra soprattutto sugli aspetti poco democratici di queste elezioni – apparentemente rimpiangendo una non meglio definita età dell’oro della democrazia ai tempi in cui Boris Eltsin era presidente. Eltsin, infatti, grande amico dell’America e coccolato dalla grande maggioranza dei commentatori nostrani, secondo la vulgata corrente, sarebbe stato un paladino della democrazia e l’unico leader dopo lo zar Pietro il grande ad aver portato la Russia in Europa. Putin, invece, ha riportato le relazioni internazionali della Russia ai tempi della guerra fredda; ha mostrato disprezzo per la democrazia e per i diritti umani e ha riportato la Russia nelle steppe asiatiche, con un regime personalistico e dispotico.
Le cose, come sempre, sono più complesse. Nel 1996, ai tempi delle prime elezioni presidenziali russe – salutate come un grande successo delle democrazie occidentali – Eltsin si presentò con un indice di gradimento minimo. Ribaltò le previsioni con una campagna elettorale populistica, alzando a piacere i salari [evitando poi di pagarli appena eletto], promettendo tutto e il contrario di tutto, e usando a suo piacimento i fondi internazionali che sarebbero dovuti servire a aiutare l’economia russa e invece finirono direttamente nelle tasche sue e dei suoi complici. L’informazione non era sotto il controllo diretto dello stato, ma in quelle degli oligarchi amici del Cremlino e le conseguenze sono facilmente intuibili: tutto lo spazio a Eltsin e valanghe di fango sui comunisti. Tra primo e secondo turno Eltsin ebbe un infarto e fu operato in segreto – come ai tempi di Brezhnev – per non influenzare il voto. Un dettaglio insignificante. Forse i Russi non avrebbero votato per un Presidente costretto a letto e più morto che vivo. Sia prima delle elezioni che in caso di vittoria elettorale dei comunisti fu presa in considerazione l’opzione dell’uso della forza per mantenere Eltsin al potere, come già era successo nel 1993. Nel 2000, la storia si è ripetuta. Campagne denigratorie contro Primakov e gli oppositori di Eltsin che candidava Putin per poter proteggere i suoi interessi personali. Putin fu eletto primo ministro pochi mesi prima delle elezioni per dargli la possibilità di avere un palcoscenico nazionale – casualmente in concomitanza con gli attentati dinamitardi attribuiti ai ribelli ceceni – ma non è mai stato provato fossero. Addirittura Eltsin si dimise con tre mesi di anticipo, lasciando proprio il posto a Putin, divenuto cosi Presidente ancor prima delle elezioni. Non c’è che dire, un comportamento davvero democratico.
Ora Putin ha ripetuto sostanzialmente gli stessi passi di Eltsin. Si è scelto in casa un successore, lo ha portato alla ribalta nazionale, ha condotto una campagna elettorale che non ha lasciato nessuno spazio agli oppositori, esattamente come aveva fatto Eltsin. Certo, negli anni scorsi ha fatto anche processare l’oligarca Khodrakovski, un vero attacco ai valori occidentali di profitto e libertà di impresa. Nessuno però ha fatto notare che i «corporate thieves» – i ladroni delle grandi imprese – vanno in carcere, ogni tanto, anche negli Usa. Ha inoltre impedito con oscure procedure tecniche a Mikhail Kasyanov – ex premier proprio con Putin – di candidarsi. Kasyanov – meglio conosciuto come «Misha 5 per cento» per la sua discutibile abitudine di chiedere tangenti pari a quella percentuale per qualsiasi appalto dovesse concedere – è un leader senza armata, i suoi consensi sono praticamente inesistenti in Russia. La sua esclusione ha rappresentato semplicemente l’ennesimo atto di arroganza di un potere che conosce pochi controlli. In Occidente si sono levati gli alti lai dei difensori della democrazia, gli stessi che plaudivano al bombardamento della Duma nel 1993. La democrazia è un concetto variabile. Come del resto la dittatura. Sia chiaro, Putin non è un democratico e i suoi metodi vanno criticati e censurati, ma l’ipocrisia di alcuni commentatori è davvero insostenibile. Putin in Cecenia ha sistematicamente violato i diritti umani, ucciso e torturato. Non abbiamo mai avuto paura di dirlo. Come abbiamo sempre criticato gli stessi metodi in Iraq o nella stessa Cecenia quando era stato Eltsin ad invaderla.
Da dove nasce dunque questo astio verso la leadership di Putin? Semplicemente, la Russia eltsiniana andava bene perché non rappresentava una sfida e un pericolo all’egemonia statunitense – ormai traballante sia dal punto di vista militare sia da quello economico. Quella Russia si faceva dettare le ricette economiche dal Fondo monetario, apriva le sue porte ai capitali speculativi, e se il prezzo era la povertà e la crisi economica, poco male, tanto sarebbero stati i russi a pagare. Quella Russia lasciava che la Nato si allargasse a est senza colpo ferire. Quella Russia andava a Washington in ginocchio, come un mendicante, a chiedere soldi. La Russia di Putin no. Questa Russia ha detto che se viene costruito lo scudo spaziale nei paesi dell’Est Europa si tratta evidentemente di uno scudo anti-russo e risponde di conseguenza all’atteggiamento ostile degli Stati uniti. Questa Russia si oppone all’invasione dell’Iraq – il peccato originale di Putin – e non accetta basi americane nell’Asia Centrale. Non riconosce nemmeno l’indipendenza del Kosovo, sancita in spregio al diritto internazionale e alle vecchie promesse degli statisti «democratici» dell’Occidente.
Finto Presidente o vero Primo Ministro?
Putin, al contrario di Eltsin, non scomparirà dalla scena politica. Già sappiamo che sarà nominato immediatamente primo ministro da Medvedev appena questi sarà eletto. Putin – che è stato eletto a furor di popolo, al contrario di quanto accadeva a Eltsin – ha deciso che la sua presenza è indispensabile per la transizione russa. Si tratta di una posizione arrogante ma non anti-democratica. Il Presidente, infatti, non si è candidato per la terza volta: la Costituzione lo impediva ma ci sarebbe stata la maggioranza parlamentare per modificare tale divieto. Il fatto di personalizzare le scelte politiche e di considerarsi una sorta di salvatore della patria è una scelta assai poco democratica, eppure in linea col formalismo democratico che sembra tanto caro ai fautori della democrazia da esportazione. La sua scontata nomina a primo ministro lascia però aperti molti scenari sulla possibile evoluzione politica della Russia nei prossimi anni. Quando Putin fu eletto nel 2000 era un illustre sconosciuto, circa come il suo successore Medvedev ora. Si pensava, non senza ragione, che sarebbe stato imposto da Eltsin per salvaguardare gli interessi della «Famiglia» – la cricca di potere formatasi al Cremlino durante gli anni ‘90 – e degli oligarchi. Putin, addirittura, era stato personalmente selezionato da Berezovski, il più influente e potente degli oligarchi eltsiniani. Le cose sono andate diversamente. Eltsin e la sua famiglia non sono stati toccati, ma gradualmente messi da parte, eliminando uno a uno tutti i personaggi coinvolti con la precedente amministrazione. Gli oligarchi che si sono piegati al potere del Cremlino son diventati ancor più ricchi di quello che erano, ma chi si è opposto è irrimediabilmente caduto. Lo stesso Berezovski è stato il primo a scappare, cercando rifugio in Gran Bretagna – che concede asilo a un rifugiato accusato di frodi e truffe, sospettato di diversi fatti di sangue e che per sua stessa ammissione lavora per preparare un colpo di stato dal suo «buen retiro» londinese. Il punto è che Putin, una volta eletto Presidente, si trovò nella stanza dei bottoni con poteri inimmaginabili per la maggior parte degli altri capi di stato. La costituzione russa, scritta da Eltsin e plaudita in tutto l’Occidente democratico, è una costituzione super-presidenzialista che concentra quasi tutto il potere nelle mani di una sola persona. Il parlamento può essere tranquillamente ignorato e sciolto a piacere dell’inquilino del Cremlino, che può governare per decreto, concentrando su di sè la funzione legislativa ed esecutiva. Il governo è totalmente dipendente dal presidente che può imporre alla Duma il suo candidato anche se privo di maggioranza parlamentare. Se il Parlamento per tre volte gli nega il voto di fiducia, lo stesso parlamento viene sciolto. Ora questo potere lo avrà Medvedev. Sarà solo l’esecutore notarile delle decisioni del primo ministro, a lui formalmente sottoposto? Chiederà Putin una revisione dei poteri costituzionali, in modo da bilanciare i poteri del Parlamento e quelli del presidente? O si aprirà un lento e latente conflitto tra il delfino e Putin, che al momento è il politico più popolare in Russia, che controlla partito e Parlamento ma che si troverà dotato di assai pochi e deboli poteri formali? E, soprattutto, in questo caso, che tipo di presidente sarà Medvedev? Seguirà le orme di Putin o tenterà di democratizzare il paese? Quale sarà il suo atteggiamento nei confronti degli Usa? Tutte le soluzioni sembrano aperte. Certo, pare più probabile che, almeno in un primo periodo, sarà Putin a essere l’uomo forte della politica russa e che, di conseguenza, nulla cambierà. Ma gli sviluppi futuri restano ancora oscuri.
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