Trenta morti, tra cui sei bambini non sono bastati come «vendetta» per i razzi Qassam arrivati su Sderot e su Ashkelon [uno studente israeliano ucciso e una ragazza ferita]. Dai seggi del parlamento israeliano, così come dal governo di Tel Aviv, cominciano ad alzarsi voci favorevoli a un’invasione in piena regola della Striscia di Gaza. Qualcuno parla apertamente di rioccupare la Striscia. Matan Vilnai, vice ministro della difesa israeliano, ai microfoni della radio militare, ha spiegato che i palestinesi di Gaza, se non cesseranno i lanci di razzi Qassam su Israele, «dovranno affrontare un ben più grande olocausto» della distruzione subita nelle ultime ore e negli ultimi mesi. L’uso del termine «olocausto», di solito riservato esclusivamente alla Shoah, dimostra quanto la tensione in Israele stia salendo. «Ci difenderemo con ogni mezzo», ha aggiunto Vilnai, come se i lanci di razzi, per quante vittime civili possano causare, siano effettivamente una minaccia alla sicurezza strategica di Israele. L’uso del termine, però, ha provocato una reazione che ha costretto il portavoce di Vilnai a precisare che il viceministro «intendeva dire disastro, non genocidio».
Ancor più dure delle parole di Vilnai sono state quelle di Tzachi Hanegbi, del partito Kadima, presidente della commissione esteri e difesa della Knesset, il parlamento israeliano. Secondo quanto scrive il quotidiano israeliano Haaretz, Hanegbi ha invitato «lo Stato di Israele a prendere la decisione strategica di ordinare alle Forze di difesa israeliane [Idf, l’esercito, ndr] di prepararsi a rovesciare rapidamente il regime terroristico di Hamas, e a occupare tutte le aree da dove vengono lanciati razzi su Israele». In pratica, vorrebbe dire la nuova occupazione almeno della zona nord della Striscia di Gaza, da dove partono i razzi Qassam. Secondo Hanegbi, l’Idf dovrebbe prepararsi a rimanere lì «per anni». Gideon Sa’ar, un parlamentare del Likud, ha appoggiato «l’idea» di Hanegbi, e ha detto che il suo partito, in teoria all’opposizione rispetto al governo di Kadima, sarebbe pronto a sostenere una decisione del genere. «Non c’è alcun dubbio che la risposta richieda anche una componente terrestre–ha detto Sa’ar–E assumere il controllo della parte nord della Striscia di Gaza potrebbe ridurre i lanci su Israele». Unica differenza, almeno finora, la possibilità che le truppe israeliane rimangano nella Striscia. Man mano che i lanci di razzi diventano più frequenti [giovedì ne sono stati sparati una dozzina verso Ashkelon] anche i vertici militari israeliani iniziano a prendere in considerazione l’ipotesi di un’offensiva terrestre ben più massiccia delle incursioni di truppe speciali avvenute negli ultimi mesi. Il ministro della difesa Ehud Barak, che venerdì ha visitato Ashkelon e ordinato anche l’attivazione per la prima volta, delle sirene di allarme in caso di attacco con i razzi, ha detto che un’offensiva terrestre «è una scelta probabile», ma a quanto pare [secondo Haaretz] non imminente. Barak ha ribadito che per il governo israeliano «Hamas è la responsabile di questa escalation e dunque ne pagherà il prezzo».
Nel frastuono della retorica bellica, le voci dissenzienti rimangono isolate. Yossi Beilin, presidente del partito di sinistra Meretz-Yahad ha invece chiesto che si lavori a un cessate il fuoco con Hamas. Secondo Beilin, nelle scorse settimane ci sono state «tre offerte di tregua, arrivate da una parte terza per conto di Hamas, e Israele farebbe bene a rispondere positivamente». Da quando Hamas ha conquistato il controllo della Striscia di Gaza, a giugno del 2007, Israele ha progressivamente isolato la Striscia: a settembre 2007 l’enclave palestinese è stata dichiarata «entità nemica» e da allora è scattato un blocco economico che sta strangolando la già fragile economia della Strisica, ormai dipendente dagli aiuti internazionali [peraltro scarsi]. Tuttavia, né il blocco, né l’isolamento sono bastati far cessare i lanci di razzi. Un’invasione non farebbe meglio.






