Le lingue indigene a rischio di estinzione

Se le statistiche non sbagliano, tempo un mese da oggi saranno sparite per sempre almeno altre due lingue. E’ quello che emerge da un recente studio firmato da Survival international, secondo cui in media ogni due settimane muore una lingua indigena. In totale si stima che esistano nel mondo oltre 6 mila lingue madri, ben 5 mila delle quali indigene. Le Nazioni unite hanno proclamato il 2008 Anno internazionale delle lingue, lanciando un allerta alla comunità internazionale: la metà degli idiomi esistenti sono a rischio d’estinzione. Se la perdita di diversità linguistica seguirà questi ritmi, entro la fine del secolo saranno sparite per sempre 2.500 lingue, dimezzando il patrimonio linguistico dell’umanità.
In generale, la morte di una lingua è un fenomeno complesso, spesso relazionato all’irruzione di lingue dominanti, come l’inglese, l’arabo o lo spagnolo, che costituiscono, secondo il linguista Michael Krauss «un autentico gas nervino culturale». In pratica, poche lingue dominanti hanno causato l’estinzione della gran parte delle lingue mai esistite. Le 6 mila lingue attuali sono solo una minima parte delle 140 mila esistite sulla terra. Oggi, il 96 per cento della popolazione parla solo il 4 per cento delle lingue.
Molte delle lingue a rischio di estinzione sono proprie dei popoli originari, alcuni dei quali vivono ancora in isolamento. La vulnerabilità di molti di questi gruppi sociali e le insufficienti misure di protezione previste, unite all’imposizione di politiche di sfruttamento che non rispettano i diritti delle popolazioni, lascia prevedere che nei prossimi venti anni, se non si predisporranno meccanismi di difesa idonei, più della metà dei popoli in isolamento sparirà.
Solo in Colombia, per esempio, 18 popoli indigeni sono a rischio di estinzione. In Brasile nel corso del novencento sono sparite quasi 50 lingue. In Messico, dove ne resistono 290, rischiano l’estinzione imminente lo zapoteco, lo zoque, il kiliwa e il matlazinca. Ancora, all’inizio del 2008 è morta in Alaska Marie Smith Jones, una donna di 89 anni ultima a parlare la lingua eyak. E in Tasmania rimane solo una anziana donna, Fanny Cochrane Smith, a parlare la lingua aborigena.
Molte proposte sono state avanzate per tutelare la diversità linguistica. Dal punto di vista legale, la stragrande maggioranza delle costituzioni moderne contengono un riferimento diretto alla lingua. Spagna, Russia, India e Sudafrica rappresentano alcuni esempi paradigmatici di riconoscimento e tutela della diversità linguistica. A livello internazionale, nel 2001 è stata firmata la Dichiarazione universale sulla diversità culturale, che pone come obiettivo «tutelare il patrimonio linguistico dell’umanità e difendere le capacità espressive e la diffusione del maggior numero possibile di lingue; Incoraggiare la diversità linguistica, nel rispetto della lingua madre e stimolare l’apprendimento del multilinguismo fin dalla tenera età».

Anche la Dichiarazione universale dei diritti dei popoli indigeni approvata dalle Nazioni unite alla fine del 2007 stabilisce che: «I popoli e gli individui indigeni hanno il diritto di non essere fatti oggetto di assimilazione forzata e di distruzione della loro cultura. […] hanno il diritto di utilizzare, sviluppare e trasmettere alle future generazioni la loro storia, lingue, tradizioni orali, filosofia. […] hanno il diritto di creare e gestire le proprie istituzioni scolastiche, di fornire istruzione nelle proprie lingue, nella maniera appropriata al loro metodi di insegnamento e apprendimento. Gli Stati, di concerto con i popoli indigeni, dovranno adottare misure per far sì che i singoli individui, soprattutto i bambini indigeni, anche se vivono fuori dalle loro comunità, abbiano accesso ad un’istruzione nella propria cultura e con l’utilizzo della loro lingua».
Il varo di normative nazionali e internazionali a tutela della diversità linguistica non ha tuttavia avuto efficacia dal punto di vista pratico. Altre proposte arrivano dalle stesse popolazioni indigene che, per preservare la propria identità – ad esempio in Bolivia, Colombia, Ecuador e Perù – portano avanti da decenni programmi di istruzione bilingue attraverso i quali proteggere le proprie lingue dall’oblio e aiutare i processi di rafforzamento dell’identità culturale.

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