Il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha avvisato che il ritiro dei blindati dell’esercito dalla Striscia di Gaza non vuol dire che le operazioni militari contro la Striscia siano terminate. «Quello che è successo in questi giorni–ha detto Olmert–non è stato un singolo evento». Nella notte, i reparti terrestri dell’esercito israeliani entrati nella Striscia di Gaza si sono ritirati oltre confine. Hanno lasciato un bilancio pesantissimo: più di cento morti, centinaia di feriti e vaste distruzioni, soprattutto nella zona nord della Striscia, quella da dove partono i razzi contro la cittadina israeliana di Sderot e contro la città di Ashkelon, una ventina di chilometri dalla Striscia. Olmert, che ha parlato davanti alla commissione esteri del parlamento israeliano, ha detto che Israele «si trova in una situazione di combattimento e quindi stiamo valutando ogni opzione: attacchi aerei, attacchi terrestri, operazioni di forze speciali». Con un significativo slittamento tattico e politico rispetto all’inizio delle operazioni militari contro la Striscia, Olmert ha in parte modificato l’agenda: obiettivo delle incursioni israeliane, infatti, non è più soltanto «far cessare il lancio di razzi» ma anche «indebolire Hamas».
Nei giorni scorsi, all’inizio dell’escalation, più di un parlamentare della Knesset aveva proposto che il governo e le forze armate si preparassero a rioccupare la Striscia di Gaza, anche per un periodo prolungato. Il governo non ha ancora, almeno ufficialmente, sposato questa posizione, tuttavia, l’agenzia di stampa Reuters ha citato un «alto funzionario israeliano» il quale avrebbe detto che il ritiro notturno è solo «una pausa di due giorni». La tregua è stata decisa per evitare imbarazzi al segretario di stato statunitense Condoleezza Rice, attesa domani in Israele e in Palestina. Rice dovrà incontrare tanto i vertici del governo israeliano, quanto quelli dell’Autorità nazionale palestinese e ha già detto, prima di sbarcare, che «il processo di pace deve andare avanti». Quale sia il processo di «pace» è però tutto da chiarire, visto che gli incontri iniziati dopo il vertice di Annapolis, a fine 2007, non hanno prodotto alcun risultato tangibile nemmeno in Cisgiordania, dove continua ad avanzare il Muro e continuano a crescere gli insediamenti di coloni israeliani su territorio palestinese.
Nella Striscia di Gaza, intanto, si contano i morti e si celebrano i funerali. Secondo fonti ospedaliere palestinesi, le vittime sarebbero almeno 112. Molti sono i civili uccisi. Gli israeliani hanno avuto tre morti, un civile ucciso da un razzo palestinese e due soldati. I miliziani di Hamas hanno trasformato alcuni funerali in manifestazioni contro l’occupazione e contro Israele. Secondo la propaganda del movimento di resistenza islamico, la ritirata delle truppe israeliane sarebbe una «vittoria». Il massacro di Gaza ha scatenato proteste anche in Cisgiordania. A Hebron i soldati israliani hanno aperto il fuoco su un gruppo di un paio di centinaia di giovani palestinesi che aveva iniziato a lanciare pietre contro un autobus di coloni. Un ragazzo palestinese è stato ucciso. Un altro palestinese è stato ucciso vicino l’università di Birzeit, a Ramallah, pare da un colono israeliano. Gli appelli internazionali, sia degli Usa che dell’Unione europea, rimangono lettera morta: né gli israeliani mostrano di voler rinunciare all’uso di «forza sproporzionata» né i miliziani di Hamas mostrano di voler interrompere il lancio di razzi: lunedì altri due razzi sono caduti su Ashkelon, senza fare vittime.
L’Anp ha risposto all’escalation israeliana annunciando la sospensione dei colloqui di «pace». Olmert ha replicato che i colloqui andranno avanti e «altrettanto sarà per gli attacchi contro Hamas». Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, i vertici delle forze armate e dello Shin Bet [il servizio segreto interno] hanno chiarito che se Hamas non viene indebolita nella Striscia, è forte il rischio di una presa del potere da parte del movimento islamico anche in Cisgiordania.






