Due giorni di pausa, per permettere a Condoleezza Rice la sua ennesima passerella diplomatica. Poi, assicura il governo israeliano, le operazioni contro la Striscia di Gaza riprenderanno. Il ritiro dei reparti dell’esercito entrati nell’enclave palestinese non sarebbe altro che una breve tregua, in quella che il primo ministro Ehud Olmert ha definito «una situazione di combattimento». Non c’è «vittoria», quindi, per Hamas e meno che mai per i civili palestinesi che subiscono le incursioni israeliane dal cielo e dalla terra. I razzi palestinesi su Sderot e Ashkelon forniscono un ottimo pretesto ma l’obiettivo di Israele è strategico, non tattico. Il governo Olmert–già sulla graticola per la gestione della guerra contro Hezbollah nell’estate del 2006–vuole dimostrare di essere in grado di proteggere i suoi cittadini. Ma sa che i lanci di razzi cesseranno [anzi, potrebbero cessare] solo se Hamas sarà sconfitta in quanto movimento di resistenza e forza capace di governare un territorio. A questo serve il blocco imposto alla Striscia, a questo serve l’escalation di questi giorni. Israele non vuole che a Gaza si ripeta quello che succede nel Sud del Libano. E’ una strada senza uscita: se Israele non riesce a distruggere Hamas [obiettivo ormai esplicito] subirà la seconda sconfitta e quindi rafforzerà il radicalismo di ispirazione religiosa. L’esito sarebbe lo stesso anche se riuscisse a distruggere Hamas, perché per farlo dovrebbe infliggere tali e tante sofferenze ai palestinesi [non solo a quelli di Gaza] da alimentare un’altra generazione di risentimento e di odio. Chi lo dice agli israeliani che nemmeno per loro c’è alcuna «vittoria» ma solo un’altra battaglia?






