Le condizioni di vita nella Striscia di Gaza non sono mai state tanto drammatiche dal 1967, anno della Guerra dei sei giorni e dell’occupazione israeliana dell’enclave palestinese. A dirlo è un voluminoso rapporto curato da alcune tra le maggiori Ong britanniche e internazionali, tra cui Amnesty international, Oxfam, International Care, Christian Aid, Save the children e Cafod. Il rapporto, diffuso giovedì, definisce il blocco israeliano della Striscia come una «punizione collettiva inflitta a un milione e mezzo di persone». Il blocco, conclude il rapporto, «è illegale e inaccettabile, e non garantisce sicurezza né ai palestinesi, né agli israeliani». I numeri raccolti nelle sedici di pagine di rapporto sono impressionanti. Secondo l’ufficio di coordinamento degli aiuti umanitari dell’Ue [Ocha], l’80 per cento delle famiglie di Gaza oggi deve fare affidamento sulle razioni internazionali, con un aumento del 17 per cento rispetto a due anni fa. Il 62 per cento del reddito delle famiglie di Gaza viene speso per il cibo, tre anni fa la percentuale era del 34 per cento. Tra maggio e giugno del 2007, per effetto delle pressioni israeliane, i prezzi dei principali generi alimentari, come riso, grano e latte, sono aumentati rispettivamente del 20,5, del 34 e del 30 per cento. Nello stesso arco di tempo, la percentuale di persone che vivono con un dollaro al giorno è passata dal 55 al 70 per cento. Nel 2000, 24 mila persone ogni giorno passavano il confine per andare a lavorare in Israele; oggi non lo fa più nessuno. La disoccupazione è ormai superiore al 50 per cento e prima del blocco arrivavano nella Striscia circa 250 camion con merci. Oggi il numero è ridotto, quando i varchi sono aperti, ad appena 45 camion, del tutto insufficienti a coprire le necessità di un milione e mezzo di persone. Il 95 per cento delle attività economiche della Striscia sono sospese a causa della mancanza di materie prime e delle interruzioni delle forniture di energia elettrica.
Geoffrey Dennis, direttore esecutivo di Care international, ha commentato il nuovo rapporto dicendo che «la recente escalation militare ha reso la vita a Gaza ancora peggiore: il sistema fognario e di distribuzione dell’acqua potabile è sul punto di collassare. Senza la fine del blocco, sarà presto impossibile far risollevare Gaza e quindi ogni speranza di pace nella regione verrà dissolta». Kate Allen, direttrice della sezione britannica di Amnesty international, ha invece ricordato che «Israele, in quanto potenza occupante, ha il dovere di garantire la protezione dei civili e della popolazione sotto il suo controllo e ha il dovere di garantire l’accesso all’acqua potabile e al cibo. L’ulteriore punizione dei cittadini di Gaza attraverso la negazione di questi diritti umani di base è indifendibile».
Il rapporto non si limita a contemplare le macerie ma offre una serie di specifiche indicazioni, sia per i palestinesi che per gli israeliani che per la comunità internazionale. Le Ong chiedono ai gruppi armati palestinesi e alle forze militari israeliane di cessare immediatamente ogni tipo di attacco contro i civili, sia i lanci di razzi contro le città israeliane di Sderot e Ashkelon che «l’uso sproporzionato della forza» nelle incursioni e nei bombardamenti israeliani. Al governo britannico [e agli altri governi occidentali] le Ong chiedono invece di «aumentare la pressione su Israele perché si arrivi alla fine del blocco e al ripristino dei rifornimenti di benzina, medicine, elettricità»; di «facilitare un processo di riconciliazione nazionale palestinese, per garantire un negoziato unitario che possa portare a un accordo di pace con Israele»; ma soprattutto «di cessare immediatamente la fallimentare politica del disimpegno e di avviare negoziati con tutte le parti palestinesi, compresa Hamas». Senza questa cornice politica, anche gli interventi che possono essere attuati per evitare l’implosione della Striscia, non sono altro che misure temporanee.






