L’aumento dei prezzi sta scatenando dall’inizio dell’anno movimenti di protesta in Egitto. A fine febbraio, almeno diecimila operai della più grande fabbrica tessile del paese hanno manifestato per chiedere un aumento di stipendio. Come loro, anche i professori e medici del settore pubblico si stanno mobilitando. Secondo i dati ufficiali, l’inflazione sarebbe del 12,5 per cento a febbraio. Dei dati molto al di sotto della realtà. Secondo il Programma alimentare mondiale, le spese medie degli egiziani sarebbero aumentate del 50 per cento dall’inizio del 2008. Il prezzo del pane sarebbe per esempio aumentato di 26,5 per cento in un anno. Mentre il prezzo dell’olio è cresciuto del 40 per cento e quello dei prodotti lattieri del 20 per cento. Per il governo, l’inflazione è dovuta all’aumento dei prezzi sui mercati mondiali, come quello del grano, di cui l’Egitto è tra i primi importatori. L’opposizione denuncia invece la politica liberista del presidente Hosni Mubarak. Nel paese, il 20 per cento dei 78 milioni di cittadini vivono sotto la soglia della povertà, 20 per cento sono appena al di sopra mentre il 3,8 per cento vivono in uno stato di estrema povertà. Una situazione che rischia di precipitare: quasi ogni giorno scoppiano scontri, in cui diverse persone sono ferite o addiritura uccise. Non a caso è nato da poco un movimento che si chiama «Cittadini contro l’aumento dei prezzi». Secondo il portavoce, Mahmoud al-Asqalani, «Se il governo non si accorge della gravità della situazione, andiamo drittti verso un’esplosione ancora più forte di quella del 1977».






