La politica estera Usa nelle primarie

Non è facile formulare un giudizio equilibrato – da «sinistra di movimento»- sulla campagna presidenziale negli Stati uniti in riferimento alla politica estera. Si oscilla comprensibilmente tra lo scetticismo del «cambierà poco o nulla», riflesso della continuità ineludibile di una politica imperiale o comunque egemonica, e l’aspettativa che qualcosa comunque muti. Un fatto è però evidente: sono i temi di politica estera, in primis il disastro iracheno, ad aver innescato in alto come in basso la spinta a cercare vie d’uscita dalla pesante eredità Bush.
Per l’establishment questa eredità è pesante in almeno due sensi. Innanzitutto per gli evidenti insuccessi ad ampio spettro con conseguente rischio di sfilacciamento imperiale. Al di là delle difficoltà in Medio oriente, basta richiamare il rapporto non facile con gli alleati europei in Afghanistan e il nodo del nuovo ruolo della Nato, la perdita parziale di controllo in America latina, e su tutto l’ascesa della Cina che trascina con sé l’avvicinamento strategico con Russia e India in Asia centrale attraverso la Shanghai cooperation organization. Se poi aggiungiamo le preoccupazioni per il destino del dollaro, il quadro diventa decisamente fosco.
Tutto ciò, in secondo luogo, rende difficilmente eludibile la formulazione di una nuova grand strategy che, sostituendosi alla dottrina Bush, non torni però del tutto indietro rispetto al tentativo di riscrivere la grammatica dell’ordine internazionale e di ridefinire gli assetti geopolitici che l’attuale amministrazione ha calcato, del resto in non completa discontinuità con quella Clinton. La discussione sul dopo Bush è accesa: quale nuovo asse politico bipartisan è possibile? E su quali basi rinnovare la leadership globale Usa?

Oggi l’attenzione principale dell’elettorato sembra ridislocarsi dalla politica estera a quella interna, data la crescente preoccupazione per la crisi economica, ma resta il fatto che la prima ha dato il segno della sfiducia amplissima verso Bush e il tono alle primarie democratiche. È questo il fattore che in larga misura ha consentito a Obama di lanciare la sua sfida alla candidatura scontata di Hillary Clinton, catalizzando così una domanda per il cambiamento che si è poi fatta largo su un terreno più ampio tra una parte non proprio minoritaria della società statunitense. La mobilitazione e il più vasto moto di opinione contro la guerra hanno contribuito alla rivitalizzazione della base democratica che si sta manifestando nelle primarie. È vero che la rivendicazione non è stata e non è radicale, nei contenuti politici e nei modi, ma paradossalmente ciò testimonia di quanto sia ampio e radicato il sentimento contro la guerra piuttosto che il contrario.
Il quadro oggi è quindi diverso dalle presidenziali del 2004 ma non per questo meno polarizzato. La vicenda Iraq ha segnato la crisi anche interna dell’amministrazione Bush e la sfiducia e demoralizzazione del suo blocco elettorale, ma pur sempre dentro un panorama politico dominato dal patriottismo post-11 settembre che vede due terzi dell’elettorato repubblicano ancora oggi credere al collegamento diretto o indiretto tra Saddam e gli attacchi di allora. Né la base sociale della «right nation» è scomparsa. Al tempo stesso se la riattivizzazione della base democratica non rappresenta affatto la riedizione di un blocco sociale newdealistico capace di egemonia, è certo che anche solo le candidature di una donna e di un nero alludono ai rivolgimenti profondi nella composizione sociale etnica e generazionale così come lo scontro sulla politica estera allude alla criticità emergente della collocazione e del ruolo internazionale degli Stati uniti.
Siamo insomma di fronte a un duplice movimento intrecciato, dalla società e dall’alto del sistema politico, che spinge per un qualche cambiamento o si vede costretto a dare una risposta. È quanto sottende lo scontro, reale, tra repubblicani e democratici sebbene nel linguaggio di un sistema politico per sua natura non portato a seguire le spinte sociali. Pur nella comune cornice della «war on terror» e della irrinunciabile leadership Usa, la contrapposizione tra i due partiti sui programmi di politica estera e in merito alle scelte sull’Iraq e le differenze tra gli stessi candidati democratici ne sono la riprova.
Con McCain siamo in piena continuità con Bush: appoggio all’invio di nuove truppe e no al ritiro dall’Iraq – che decreterebbe la sconfitta americana – dove anzi si tratta se necessario di «restare anche per 100 anni» e i problemi sarebbero solo di mismanagement. Subito dopo la nomination ufficiale repubblicana seguita alle primarie del quattro marzo McCain ha dichiarato: «Difenderò la guerra in Iraq, come avevo sostenuto la lotta contro il regime di Saddam Hussein». L’«eroe del Vietnam» è per sanzioni più dure contro l’Iran, a favore dello scudo antimissile, e ha attaccato esplicitamente Chavez.
Se c’è qualche differenza rispetto all’attuale corso, è nello stile più jacksoniano di McCain da difesa dei «valori americani», per cui è [moderatamente] contro il waterboarding e per la chiusura di Guantanamo. Sostenitore di un buon rapporto con gli alleati europei e della Nato, lo è però in netta ed esplicita funzione anti-russa. Il suo recupero di un certo multilateralismo – nell’idea di una League of Democracies mutuata dal Princeton Project e sostenuta dal suo consulente neocons Robert Kagan – punta nella sostanza ad aggirare il potere di veto di Russia e Cina nel Consiglio di sicurezza dell’Onu e a limitare la fonte di legittimità delle operazioni di sicurezza internazionali alle liberal-democrazie occidentali.

E’ bene avere chiaro che la cornice della «war on terror» non è affatto ricusata dai due candidati democratici – il solo Edwards, oggi fuori corsa, ha avuto accenni critici per quello che secondo lui è uno «slogan» che copre ben altre mire. E però c’è una differenza chiara, almeno nelle dichiarazioni, tra Obama e Clinton sia sul piano generale che sulla questione del ritiro dall’Iraq.
Sull’Iraq. Obama può vantare il grosso credito di essersi opposto da subito [era senatore dell’Illinois] all’invasione, anche se è vero che una volta eletto al Senato federale ha votato due volte, nel 2005 e 2006, per il rifinanziamento della guerra. E’ anche chiaro che è lontanissimo dal voler spendere questo credito con un ritorno a battaglie tipo anni Sessanta che non corrispondono alla sua visione di una nuova America. Oggi è per un ritiro quasi totale entro 16 mesi dall’elezione – quasi totale nel senso che neanche lui esclude la permanenza di un numero ridotto di militari in funzione anti-Al Qaeda – nel mentre si tratterebbe di coinvolgere l’Onu nella ricostruzione civile del paese. Hillary ha invece votato per la guerra né si è mai scusata di questo; ora vuole uscire dal pantano iracheno ma non promette un ritiro totale né rapido in quanto parte delle truppe dovranno restare [metà, due terzi?] magari dislocate tra Baghdad e il Kurdistan.
Sulla guerra al terrorismo. Per Obama l’invasione dell’Iraq è stata decisa senza prove, comporta troppe spese e ha rafforzato il nemico, mentre la risposta all’11 settembre dovrebbe contenere un capitolo anche politico e diplomatico, non solo militare, che punti a prosciugare i bacini del terrorismo che sono la povertà e la disperazione, particolarmente in paesi come il Pakistan su cui il candidato del cambiamento sembrerebbe voler indirizzare il focus della politica mediorientale statunitense con toni peraltro non proprio rassicuranti. Si inserisce qui la volontà di trattare diplomaticamente anche con i nemici e di riportare in auge i «valori americani» di democrazia e legalità per rilanciare l’American moment coniugando la leadership statunitense in termini globali e multilaterali. Clinton ha una posizione più portata all’uso della forza militare [anche nucleare] – è la candidata che ha raccolto più fondi tra i defense contractor. Favorevole a un maggior impegno militare in Afghanistan, è critica dell’uso «ingenuo» della diplomazia da parte di Obama, anzi si presenta come una credibile ed esperta commander in chief. Al contempo, della guerra al terrorismo non può evidentemente accogliere la visione ideologica di Bush soprattutto perché anche per lei si tratta di ristabilire la compromessa reputazione statunitense nel mondo attraverso il dovuto dosaggio di soft power.
Anche la composizione dello staff di consiglieri mostra differenti sfumature. In quello di Obama c’è sì Brzezinski, il falco dell’amministrazione Carter pur critico oggi dell’avventura irachena, insieme ad alcuni clintoniani «globalisti» come Anthony Lake e Ivo Daalder che è tra i sostenitori del Concert of democracies del Princeton Project, ma anche noti liberals nel campo del diritto internazionale. Tra i consiglieri di Clinton si annoverano due falchi clintoniani come Madeleine Albright e Richard Holbrooke, tra i principali artefici dell’interventismo umanitario nella ex Jugoslavia e a favore dell’invasione dell’Iraq, con il generale Clark, ex comandante Nato della guerra in Kosovo, che paradossalmente figura tra i più moderati.
Su altri due temi cruciali di politica estera come Iran e Palestina, le posizioni decisamente si avvicinano. Obama è per una diplomazia «robusta» e sanzioni più dure verso l’Iran – al pari di Clinton ma con toni meno bellicosi – considerato una «reale minaccia» per il presunto rischio di proliferazione nucleare che innescherebbe. Clinton peraltro, anche dopo il report dell’intelligence di dicembre, ha sostenuto che l’Iran sta dotandosi di un programma nucleare militare. Per entrambi inoltre il sostegno diplomatico e militare al governo israeliano è fuori discussione: dall’appoggio all’aggressione al Libano dell’estate 2006 al silenzio sugli insediamenti israeliani e sulla costruzione del muro in Cisgiordania.
Si può dire con buona approssimazione che il primo tentativo statunitense di riscrittura dell’ordine post-bipolare incentrato sul doppio binario neoliberista-imperiale è fallito. Grazie alle molteplici resistenze innanzitutto, e a causa delle sue interne contraddizioni. Fallito ma niente affatto concluso. Il prossimo passaggio presidenziale, chiunque raccoglierà le consegne da Bush, sta sotto questo ineludibile segno e per questo è terreno di scontro così acceso e ancor più lo sarà a partire dalle future decisioni sull’Iraq, soprattutto se a vincere dovesse essere Obama e la società statunitense continuerà a mostrarsi reattiva. Ma la grammatica del potere statunitense, è bene non farsi illusioni, anche nella migliore delle ipotesi è e resta quella della guerra.

Tags assegnati a questo articolo: Usa

Mail_long
dello stesso autore
20 ottobre 4 novembre 8 marzo abbonamenti abitare abiti puliti aborigeni Abruzzo accoglienza acea acerra acqua Acqua Puglia Adriatico aeroporti Afganistan afghani Afghanistan africa Agenda Puglia agricoltura agricoltura biologica agricoltura biologica. decrescita agricoltura. decrescita agro agro romano agusta Aiab Aids Aiea aiuti albano alemanno alessandria alfano Algeria alitalia alpheus alta velocità altra economia altra politica altraeconomia Amazzonia ambientalisti ambiente America latina Americhe 2004 amia amianto amnesty anci animalisti Annapolis annozero anp antenne antifascismo antifasciste antimafia antimafia sociale Antiproibizionismo antirazzismo antirazzista antitrust anziani api appalto aprilia Aquila arabi archeologia arci arcigay areva Argentina arma Armenia armi asilo assemblee astalli Atene 2006 ater atomiche auser Australia auto autodeterminazione autogoverno automobili autoproduzione aziende b'selem Balcani Bali Bamako bambini Banca mondiale banche banche armate Bangladesh banlieues barak Bartleby basf basi basi militari Basilicata basilicata. petrolio batasuna Belem bene comune bengala bengalesi beni comuni Bergamo berlusconi bertolaso bilancio bilancio partecipativo Bilderberg biocarburanti biodiversità biologico biotestamento Birmania Bolivia Bolkestein bollywood Bologna