Venerdì 14 i cittadini iraniani andranno a votare per scegliere i 290 membri del Majlis, il parlamento. Saranno, però, elezioni molto diverse dal solito. Stavolta, infatti, prevale il disincanto e il voto di venerdì rischia di essere il meno partecipato della storia iraniana. I conservatori hanno fatto di tutto per tagliare le gambe alla coalizione di opposizione, guidata dall’ex presidente Mohammad Khatami: tra il 70 e il 90 per cento dei candidati «riformisti» sono stati giudicati «inadatti» dal Consiglio dei guardiani. Il voto, peraltro, cade a pochi giorni dal Capodanno persiano, quando la preoccupazione principale dei cittadini sono lo shopping, la famiglia, le vacanze. Molti esponenti importanti dell’opposizione non si sono neanche presentati. Come se ciò non bastasse, con l’avvicinarsi del voto, l’ala dura del governo ha stretto le maglie della repressione, sia su internet che contro i candidati, uno dei quali è stato estromesso dalla lista dell’opposizione per aver rilasciato un’intervista a una radio statunitense. La campagna elettorale è stata brevissima, appena una settimana, e il risultato annunciato è una netta vittoria dei conservatori che probabilmente rafforzeranno la presa sul parlamento. Nemmeno i conservatori, però, possono ignorare il segnale che con ogni probabilità arriverà dalla scarsa affluenza alle urne: svanite le promesse di cambiamento sociale ed economico che avevano portato al potere Mahmoud Ahmadinejad, rimane solo la retorica del programma nucleare e della contrapposizione con gli Stati uniti. Troppo poco per tenere in piedi un sistema politico.
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