E’ un marzo molto nuvoloso in Medio oriente. Venerdì, a Beirut, le forze politiche riunite attorno al progetto neoliberista [e filo-occidentale] che fu di Rafiq Hariri lanceranno una nuova «primavera» che è esplicitamente–frontalmente–diretta a contrastare l’egemonia del cartello interconfessionale di partiti di opposizione guidato da Hezbollah. Gli eventi libanesi rischiano di far esplodere le divergenze tra i paesi della Lega araba, che fine marzo si riuniranno a Damasco per un vertice difficilissimo. Sempre venerdì, in Iran, le elezioni per il rinnovo del parlamento, grazie ai veti e alla repressione, daranno ai conservatori una più salda presa sulle istituzioni politiche della repubblica islamica, che però soffrono di un profondo e crescente distacco dai cittadini. Nello stesso giorno, a Gaza, scade il simulacro di «tregua» che–secondo il quotidiano israeliano Haaretz–Hamas avrebbe concordato con i mediatori spediti dall’Egitto a cercare di fermare il massacro di Gaza. Il massacro continua e anzi rischia trasmettersi anche oltre la membrana del valico di Rafah: tra un mese si vota per le amministrative in Egitto e il regime di Hosni Mubarak non ha trovato di meglio che arrestare centinaia di membri dei Fratelli musulmani, la principale forza di opposizione politica e sociale, in buoni rapporti con Hamas. Tra dieci giorni scade il periodo di lutto proclamato da Hezbollah e da altri movimenti di resistenza islamica dopo l’assassinio di Imad Mughniye, uno dei cervelli della vittoria contro Israele nella guerra dell’estate del 2006, ucciso il 12 febbraio a Damasco. I servizi segreti israeliani e statunitensi sono già in preallarme. Per loro, le nubi promettono sempre tempesta.
Tags assegnati a questo articolo: Medio oriente






