Follia elettorale all'americana

Un articolo di Howard Zinn pubblicato da Il manifesto del 28 febbraio. La traduzione è di Marina Impallomeni.

In Florida c’è un uomo che mi scrive da anni (dieci pagine scritte a mano) anche se non l’ho mai incontrato. Mi racconta dei diversi lavori che ha fatto–addetto alla sicurezza, tecnico riparatore, ecc. Ha lavorato con turni di tutti i tipi, notte e giorno, riuscendo a malapena a mantenere la sua famiglia. Le sue lettere sono sempre state arrabbiate, si scagliano contro il nostro sistema capitalistico che non sa garantire ai lavoratori «vita, libertà, la ricerca della felicità». Proprio oggi ho ricevuto una sua lettera. Fortunatamente non era manoscritta, ora usa l’e-mail: «Be’, oggi le scrivo perché c’è una situazione sciagurata in questo paese che non posso tollerare, devo dire qualcosa su questo. Sono davvero infuriato per questa crisi dei mutui. Mi manda in bestia che la maggioranza degli americani debba vivere la propria vita in una situazione di perenne indebitamento, e che così tanti stiano sprofondando sotto quel peso. Dannazione, mi fa così infuriare… Oggi ho lavorato come addetto alla sicurezza e il mio compito era sorvegliare una casa che è stata pignorata e andrà all’asta. Hanno aperto la casa ai visitatori, e io ero lì per fare la guardia a quel posto durante l’evento. Nello stesso quartiere c’erano altri tre addetti che facevano la stessa cosa, in altre tre case. Nei momenti tranquilli me ne stavo lì seduto e mi chiedevo chi siano quelle persone che sono state sfrattate, e dove siano ora».
Lo stesso giorno in cui ho ricevuto questa lettera, il Boston Globe ha pubblicato un articolo intitolato «Migliaia di case pignorate in Massachusetts nel 2007». Il sottotitolo recitava: «sono state requisite 7563 case, quasi il triplo del 2006». Poche sere prima, la Cbs aveva riferito che 750.000 persone con disabilità attendono da anni i loro benefici di previdenza sociale perché il sistema è finanziato in modo insufficiente e non c’è abbastanza personale per smaltire tutte le richieste, anche quelle più gravi.
Storie come queste possono essere riferite dai media, ma spariscono in un attimo. Quello che non sparisce, quello che occupa la stampa giorno dopo giorno, impossibile da ignorare, è la frenesia elettorale.
Questa appassiona il paese ogni quattro anni perché siamo stati tutti educati a credere che votare sia fondamentale per determinare il nostro destino, che l’atto più importante che un cittadino possa compiere sia recarsi alle urne a scegliere una delle due mediocrità che sono già state scelte per noi. È un test a risposta multipla così limitato, così specioso, che nessun insegnante che abbia rispetto di se stesso lo darebbe ai suoi studenti.
Ed è triste dirlo, la sfida presidenziale ha ipnotizzato liberals e radicals allo stesso modo. Siamo tutti vulnerabili.
È possibile in questi giorni vedere degli amici ed evitare l’argomento delle elezioni presidenziali?
Le stesse persone che dovrebbero essere più avvertite, avendo criticato la presa dei media sulla mente nazionale, si ritrovano paralizzate dalla stampa, incollate al televisore, mentre i candidati ammiccano e sorridono proponendo un mare di clichè con una solennità che si addice ai poemi epici.
Anche nei cosiddetti periodici di sinistra, dobbiamo ammettere che viene destinata una quantità esorbitante di attenzione all’esame minuzioso dei principali candidati. Occasionalmente viene lanciato un osso ai candidati minori, anche se tutti sanno che il nostro meraviglioso sistema politico democratico li lascerà fuori della porta.
No, non sto prendendo una posizione di ultra-sinistra secondo cui le elezioni sarebbero totalmente insignificanti, e dovremmo rifiutarci di votare per preservare la purezza della nostra moralità. Sì, ci sono candidati che sono un po’ meglio di altri, e in certi momenti di crisi nazionale (gli anni ‘30, ad esempio, o oggi) anche una leggera differenza tra i due partiti può essere una questione di vita o di morte.
Sto parlando di un senso delle proporzioni che è smarrito nella follia elettorale. Sosterrei un candidato contro l’altro? Sì, per due minuti–il tempo che serve ad abbassare la leva nella cabina elettorale.
Ma prima e dopo quei due minuti, il nostro tempo, la nostra energia, dovremmo impiegarli per istruire, mobilitare, organizzare i nostri concittadini sul posto di lavoro, nel nostro quartiere, nelle scuole. Il nostro obiettivo dovrebbe essere costruire, con fatica, pazientemente ma energicamente, un movimento che, una volta raggiunta una certa massa critica, possa scuotere chiunque sia alla Casa Bianca, al Congresso, imponendo il cambiamento della politica nazionale sulle questioni della guerra e della giustizia sociale.
Ricordiamoci che anche quando c’è un candidato «migliore» (sì, meglio Roosevelt di Hoover, meglio chiunque di George Bush), quella differenza non significherà niente a meno che il potere del popolo non si affermi in modi che l’occupante della Casa Bianca troverà difficile ignorare.
Le politiche senza precedenti del New Deal–previdenza sociale, assicurazione per la disoccupazione, creazione di posti di lavoro, salario minimo, sovvenzionamenti per la casa–non furono semplicemente il risultato del progressismo di Roosvelt. L’Amministrazione Roosvelt, al suo insediamento, si trovò di fronte una nazione in subbuglio. L’ultimo anno dell’Amministrazione Hoover aveva visto la ribellione del Bonus Army: migliaia di veterani della prima guerra mondiale scesero su Washington per chiedere aiuto al Congresso, perché le loro famiglie facevano la fame. Ci furono manifestazioni dei disoccupati a Detroit, Chicago, Boston, New York, Seattle.
Nel 1934, all’inizio della presidenza Roosvelt, vi furono scioperi in tutto il paese, compreso uno sciopero generale a Minneapolis, uno sciopero generale a San Francisco, centinaia di migliaia di persone incrociarono le braccia negli stabilimenti tessili del Sud. In tutto il paese nacquero dei consigli dei disoccupati. Le persone, disperate, si mobilitarono autonomamente, imponendo alla polizia di rimettere al loro posto i mobili degli inquilini sfrattati, e creando organizzazioni di auto-aiuto con centinaia di migliaia di membri.
Senza un’emergenza nazionale–destituzione e ribellione economica–difficilmente l’Amministrazione Roosvelt avrebbe deciso quelle coraggiose riforme.
Oggi possiamo essere certi che il Partito Democratico, a meno che non si trovi davanti una sollevazione popolare, non si sposterà dal centro. I due principali candidati alla presidenza hanno chiarito che, se eletti, non termineranno la guerra in Iraq immediatamente, né istituiranno un sistema di assistenza sanitaria gratuita per tutti.
Non offrono un cambiamento radicale rispetto allo status quo.
Non propongono ciò che l’attuale disperazione della popolazione chiede disperatamente: la garanzia da parte del governo di un posto di lavoro per tutti coloro che ne hanno bisogno, un reddito minimo per ogni famiglia, un aiuto per tutti coloro che rischiano lo sfratto o il pignoramento.
Non suggeriscono i tagli netti alle spese militari o i cambiamenti radicali al sistema di tassazione che libererebbe miliardi, e persino triliardi, da destinare ai programmi sociali per trasformare il modo in cui viviamo.
Nulla di tutto questo dovrebbe stupirci. Il Partito Democratico ha rotto con il suo conservatorismo storico, il suo voler compiacere i ricchi, la sua predilezione della guerra, solo quando ha incontrato la ribellione dal basso, come negli anni ‘30 e negli anni ’60. Non dobbiamo aspettarci che una vittoria alle urne a novembre cominci a smuovere il paese dalle sue due malattie fondamentali: l’avidità del capitalismo e il militarismo.
Perciò dobbiamo liberarci dalla follia elettorale che travolge l’intera società, compresa la sinistra.
Sì, due minuti. Prima, e dopo, dobbiamo mobilitarci personalmente contro tutti gli ostacoli alla vita, alla libertà, e alla ricerca della felicità.
Ad esempio, i pignoramenti che stanno strappando milioni di persone dalle loro case dovrebbero ricordarci una situazione simile che si verificò dopo la guerra rivoluzionaria, quando i piccoli agricoltori, molti dei quali veterani di guerra (come oggi tanti dei nostri senzatetto) non potevano permettersi di pagare le tasse e furono minacciati di perdere il loro terreno, la loro casa. Essi si radunarono a migliaia intorno alle aule di giustizia e impedirono lo svolgimento delle vendite all’asta.
Oggi lo sfratto di persone che non riescono a pagare l’affitto dovrebbe ricordarci quello che fecero le persone negli anni ’30, quando si mobilitarono e rimisero le masserizie delle famiglie sfrattate nei loro appartamenti, sfidando le autorità.
Storicamente il governo, fosse esso nelle mani dei Repubblicani o dei Democratici, dei conservatori o dei liberali, ha mancato di assumersi le proprie responsabilità, finché non vi è stato costretto dalla mobilitazione diretta: sit-in e freedom rides per i diritti dei neri, scioperi e boicottaggi per i diritti dei lavoratori, ribellioni e diserzioni dei soldati per fermare la guerra. Votare è un gesto facile e di utilità marginale, ma è un povero surrogato della democrazia, che richiede la mobilitazione diretta dei cittadini impegnati.

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