Contro la guerra, cinque anni dopo

Il 15 marzo è il quinto anniversario dell’inizio della guerra in Iraq. Una guerra che, nonostante gli aumenti di truppe, gli accordi politici e i cambiamenti di tattica e di strategia, continua. Cinque anni fa, ci furono le più grandi manifestazioni pacifiste della storia mondiale, con milioni di persone in piazza nelle principali città di tutto il mondo e migliaia di iniziative di contestazione. Il New York Times in un editoriale diventato famoso scrisse che il movimento pacifista era a tutti gli effetti la seconda potenza mondiale. Da allora, la prima potenza mondiale si è ritrovata ingolfata, alle prese con una crisi economica cui hanno contribuito anche le migliaia di miliardi di dollari buttati nell’impresa irachena. I movimenti pacifisti statunitensi hanno lanciato, per ricordare l’inizio della guerra, una settimana «No war» subito rimbalzata sulle reti di tutto il mondo.
L’appuntamento principale è a Washington, dove dal 13 al 16 marzo i veterani dell’esercito statunitense, reduci dall’Iraq e dall’Afghanistan, racconteranno le loro esperienze in «Winter soldier», un happening pacifista che riprende i temi della protesta dei militari statunitensi ai tempi della guerra del Vietnam. A organizzare l’evento, che sarà trasmesso anche in streaming via internet, è il networ Iraq veterans against the war [Ivaw], ormai una delle realtà più autorevoli e attive della galassia pacifista Usa. La coincidenza con i momenti più caldi della campagna elettorale per le primarie del partito democratico amplifica il senso politico dell’evento: tanto a Barack Obama, quanto a Hillary Clinton si chiede un impegno concreto per la fine dell’occupazione statunitense in Iraq e per ripensare la strategia complessiva della «guerra al terrorismo», un boomerang per i falchi della Casa bianca. Oltre alle testimonianze dei soldati, la quattro giorno statunitense prevede anche tavole rotonde e dibattiti sulla politica estera degli Usa, sulla crisi del sistema sanitario di assistenza ai reduci, sulla deumanizzazione del nemico durante le campagne militari, sulla privatizzazione della guerra attraverso il ricorso ai contractors delle Compagnie militari private. «Winter soldier» non è l’unica manifestazione e le mobilitazioni culmineranno il 19 marzo, con un corteo nazionale a Washington [http://5yearstoomany.org]
A misurare il fallimento dell’avventura militare statunitense in Iraq, inoltre, c’è anche un rapporto del Pentagono che avrebbe dovuto essere reso noto in una conferenza stampa fissata per mercoledì 12 marzo. La conferenza stampa è stata annullata–secondo quanto scrive il quotidiano francese Le Monde–perché il rapporto, basato sull’esame di oltre 600 mila documenti iracheni e su migliaia di ore di interrogatorio di collaboratori di Saddam Hussein «non ha trovato alcuna connessione diretta tra l’Iraq e al Qaida». E’, insomma, la smentita ufficiale alle bugie dell’amministrazione Bush che hanno scatenato la guerra. E’ la conferma che quello che milioni di pacifisti di tutto il mondo avevano detto cinque anni fa era la verità.
In Italia sono molte le iniziative della settimana «no war». Si va da quella lanciata dal Movimento umanista, che a Milano [via Dante, angolo via Cordusio, ore 15,30] invita i cittadini a comporre una scritta «No War», agli eventi legati alle varie campagne in corso: la raccolta di firme per la legge di iniziativa popolare per dichiarare l’Italia territorio libero da armi nucleari [www.unfuturosenzatomiche.org]; quella per legge contro le servitù e le basi militari, all’incontro promosso presso il centro culturale Baobab [via Cupa,5 Roma, dalle ore 11] per discutere del ruolo dell’Italia nella guerra globale al «terrorismo», dell’emergenza nucleare e del binomio guerra-economia che si nasconde dietro le missioni «di pace» [www.mondosenzaguerre.org]. Ci sarà anche Stephanie Westbrooke, del network Us citizens for peace and justice [Ucfpj]. Un collegamento diretto con il movimento pacifista degli Usa.

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