La rivolta dei serbi di Mitrovica era prevedibile. Il modo usato dalla Nato e dalla comunità internazionale–con poche anche se importanti eccezioni–per riconoscere l’autoproclamata indipendenza del Kosovo è stato percepito dalla maggioranza dei serbi, sia in Kosovo che nel resto della Serbia, come umiliante e profondamente ingiusta. La fretta di «chiudere» la partita kosovara, dicono molti in Serbia, contrasta con la remissività di quegli stessi paesi [Usa in testa e Ue subito dopo] di fronte a situazioni simili di contenzioso internazionale o etnico: il Tibet, per esempio, o il Sahara occidentale o ancora Israele e Palestina. Perché, chiedono i serbi, in alcuni casi si negozia per decenni e per il Kosovo le trattative sono durate sei mesi? Una risposta possibile è che in Kosovo la Nato si sta giocando la faccia. La guerra, l’occupazione e la «ricostruzione» politica di questo pezzetto dei Balcani sono state e sono tuttora un laboratorio per ciò che potrebbe avvenire e si cerca di far accadere anche altrove. In Afghanistan per esempio o magari domani in Libano o nella stessa Palestina. Gli scontri di Mitrovica, però, dicono che il fallimento politico di una parte del «sistema internazionale» e in particolare della Nato [braccio armato con pretese umanitarie] si trasmette a tutta l’architettura istituzionale, fino alle Nazioni unite, che della Nato avrebbero piuttosto dovuto essere il contraltare, non solo operativo ma anche filosofico. L’osmosi tra Onu e Nato, che in Kosovo è in corso da tempo, legittima la seconda ma avvelena la prima. Fino al punto che diventa difficile distinguere chi fa cosa e secondo quali direttive. La molotov lanciate a Mitrovica incendiano questa contraddizione.
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