Alle 17 italiane, mezzanotte a Lhasa, scade l’ultimatum di Pechino per la resa dei ribelli tibetani. Nel frattempo è battaglia sul bilancio degli scontri, centinaia di morti secondo i tibetani, mentre a Pechino si parla ufficialmente di tredici morti. Il governatore del Tibet, Champa Phuntsok ha dichiarato, nel corso di una conferenza stampa, che è tornata la calma in città e che «diversi civili innocenti sono stati bruciati vivi e la folla ha cosparso le strade di benzina» e picchiato i poliziotti. «Le forze dell’ordine – ha aggiunto Phuntsok – hanno dato prova di grande moderazione e non hanno utilizzato le armi».
Sono molte le reazioni internazionali di fronte alla repressione cinese.
Condoleezza Rice ha invitato il governo cinese ad «aprire il dialogo con il Dalai Lama». Il ministero degli Esteri olandese ha convocato l’ambasciatore cinese per fargli presente le preoccupazioni del governo su quanto sta avvenendo in Tibet. L’Unione europea, che ha espresso la sua preoccupazione per la situazione in Tibet, si è pronunciata contro il boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino. Per la Commissione europea «un simile boicottaggio non sarebbe il modo appropriato per chiedere l’impegno al rispetto dei diritti umani, ovvero i diritti etnici e religiosi dei tibetani, lo si deve fare in altro modo». Contraria anche la presidenza di turno slovena dell’Ue. Cresce però sulla rete la campagna per il boicottaggio di Pechino 2008. La Rete del nuovo municipio ha per esempio invitato i comuni aderenti a mobilitarsi in difesa del popolo tibetano e della sua lotta per l’autonomia. «La fiamma olimpica – si legge nell’appello della Rnm – simbolo di pace e cooperazione fra i popoli, non può ardere sulla distruzione violenta di una delle più importanti testimonianze storiche di una cultura la cui spiritualità profonda ha molto da insegnare alle miserabili ragioni economiciste delle guerre del XXI secolo».
La protesta tibetana inervosisce la giunta militare birmana che teme la ripresa delle proteste dei monaci nel paese, come lo scorso settembre. Secondo il sito Mizzima News, da oggi soldati e polizia antisommossa circondano il monastero Kaba Aye a Rangoon.
Nel pomeriggio, decine di tibetani in esilio in India, dove vivono almeno centomila esuli, sono scesi in piazza a Delhi e in altre città del paese, per chiedere l’intervento della comunità internazionale. Hanno consegnato alla sede Onu di Delhi una lettera nella quale chiedono al segretario generale Ban Ki-Moon di intervenire per farmare «l’inuma oppressione dei tibetani in Tibet». I manifestanti hanno anche tentato di riunirsi davanti all’ambasciata cinese di Delhi ma sono stati dispersi dalla polizia. Il governo cinese ha condannato gli «attacchi» degli esuli tibetani alle ambasciate all’estero e le ha definite una grave minaccia alla sicurezza.
In serata, ci sarà una fiaccolata a Mumbai. A Dharamsala, nel nord dell’India, dove ha sede il governo tibetano in esilio, si è tenuta oggi una conferenza stampa di cinque Ong, che hanno chiesto alle autorità indiane di rilasciare i centouno tibetani arrestati giovedì, mentre partecipavano alla marcia di protesta da Dharamsala a Lhasa. «Temiamo il peggio per i nostri fratelli e sorelle dopo il dispiegamento di polizia ed esercito in tutto il paese», ha detto Ngawang Woebar, leader del movimento di ex prigionieri politici tibetani GuChuSum, che ha denunciato la possibilità di centinaia di persone uccise, di raid casa per casa, di pestaggi e di arresti indiscriminati.
Da Amnesty è arrivata la richiesta alla Cina di un’indagine indipendente dell’Onu su quello che accade in Tibet. L’organizzazione chiede anche informazioni sulle persone arrestate a Lhasa e nel resto del Tibet la settimana scorsa. Si tratta, secondo Amnesty, di affrontare le ragioni alla base delle rivendicazioni del popolo tibetano: le limitazioni alla pratica religiosa, l’attacco all’identità e alla cultura tibetana e l’esclusione economica. Il popolo tibetano subisce l’occupazione cinese dal 1950.
Veltroni, tra un attacco alla destra e un comizio a Verbania, lancia un appello alle autorità cinesi «perché cessi immediatamente la repressione nei confronti dei monaci tibetani e della grande domanda di identità e autonomia di quel popolo». Secondo il leader del Pd però, «Boicottare le Olimpiadi non è la soluzione migliore».
Questa mattina, un piccolo corteo della comunità tibetana ha sfilato a Roma. «Chiediamo che il governo italiano, le Nazioni unite e l’Unione europea condannino ufficialmente la repressione cinese in Tibet», spiega Tenzin Thupten, presidente della comunità tibetana in Italia, circa 250 persone.
«Le Olimpiadi – continua Thupten – legittimano i crimini e la violazione dei diritti umani in Cina, noi chiediamo il boicottaggio. La Cina non rappresenta lo spirito olimpico e partecipare ai Giochi vuol dire essere complici. Non siamo d’accordo su questo con il Dalai Lama».
Alle 18,30 ci sarà una fiaccolata silenziosa, promossa da Cgil, Cisl e Uil davanti all’ambasciata cinese a Roma, per condannare l’uso della forza in Tibet e chiedere lo stop immediato della repressione. Mercoledì 19 alle 16,30 ci sarà una manifestazione bipartisan a Roma, in piazza Campo dei Fiori.






