Non poteva mancare, nella repressione e nella propaganda cinese, l’attacco al Dalai Lama, leader spirituale e temporale del governo tibetano in esilio. Wen Jiabao, primo ministro di Pechino, ha accusato il Dalai Lama di aver orchestrato le proteste, che invece, secondo molte analisi, sono state spontanee. Wen Jiabao ha anche detto che l’obiettivo è il boicottaggio dei giochi olimpici, «sogno dei cinesi da molte generazioni». Ma un boicottaggio effettivo, a soli quattro mesi dall’inizio dei giochi, sembra molto improbabile. Robert Menard, presidente di Reporter senza frontiere, ha invitato «almeno» i capi di stato a non partecipare alla cerimonia di apertura, come segno di protesta per la repressione. Che intanto continua, non solo a Lhasa, dove almeno 19 persone sono state uccise dall’esercito cinese, ma anche a Pechino, dove un centinaio di studenti tibetani che ieri avevano protestato in corteo, sono stati tutti arrestati. Gli arresti proseguono anche in Tibet, nella capitale e in altre città, dopo che ieri alle 17 ora italiana, è scaduto l’ultimatum intimato da Pechino ai manifestanti. In tutto il mondo, intanto, proseguono le manifestazioni di solidarietà con il Tibet. In Italia, Amnesty international–che ha chiesto un’indagine dell’Onu sulla repressione–ha dato appuntamento a Torino, per mercoledì sera, per un presidio di protesta. E sempre domani il governo italiano dovrebbe riferire alle commissioni esteri di Camera e Senato riunite in seduta straordinaria.
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