L’anniversario del quinto anno di occupazione in Iraq precipita sulla campagna elettorale statunitense e sorprende un paese più debole, più diviso, più ordinario di quello che nel 2003 credette alle bugie del commander in chief George W. Bush. La guerra ha reso gli Stati uniti meno credibili e perfino meno imperiali. Più irrilevanti, come ha scritto molte volte Immanuel Wallerstein. Il drenaggio di miliardi e miliardi di dollari, seppelliti in Iraq, non è estraneo alla crisi finanziaria degli ultimi mesi che ora minaccia di diventare crisi economica e perfino produttiva. Il keynesismo di guerra su cui Bush aveva puntato per la sua rielezione sembra fallito e in un periodo peraltro piuttosto breve. I pacifisti statunitensi a Washington e nel resto del paese marcheranno l’anniversario triste con marce, preghiere, azioni dirette, festival di poesia e mille altre forme di espressione del dissenso, di protesta, di contestazione. L’eco, in Europa, è fievole. Salvo che a Londra, la guerra in Iraq è stata relegata in un cantuccio dell’attualità, almeno di quella «mainstream». Eppure se negli Usa vincesse McCain l’occupazione non finirà nemmeno tra un anno e anzi l’Iraq potrebbe diventare la «piattaforma» per l’Iran o la Siria, paesi ancora al centro del mirino dei repubblicani. Silvio Berlusconi, pochi giorni fa, ha detto che in caso di vittoria della sua coalizione, i soldati italiani potrebbero essere ritirati dal Libano [una missione Onu, anche se con molte contraddizioni] e rispediti in Iraq. Se n’è parlato un giorno, si e no, poi nulla. L’inizio del sesto anno di occupazione precipita anche su questa rimozione bipartisan: sembra che Nassiriya [e Baldoni, e Calipari e tanto altro ancora] non ci siano mai stati.






