Gli ultimi due giornalisti stranieri hanno lasciato oggi il Tibet, non prima però di aver testimoniato dell’arrivo di numerosi soldati cinesi. «Ho visto un convoglio di almeno 200 camion con 30 soldati su ognuno, quindi circa seimila militari in trasferta in una sola giornata» ha spiegato alla Bbc Georg Blum, inviato dal quotidiano tedesco Die Zeit, prima di lasciare Lhassa. E anche nell’ovest della Cina, dove risiedono molti tibetani, è stato notato un afflusso di soldati.
Per la prima volta dall’inizio della crisi tibetana, un media ufficiale cinese ha riconosciuto oggi che le manifestazioni si sono estese ad altre parti del paese. L’agenzia Cina Nuova parla infatti di «sommosse in zone poco popolate dove vivono minoranze tibetane, nelle province del Sichuan e del Gansu, vicine al Tibet». Secondo l’agenzia, i manifestanti tibetani avrebbero assaltato «negozi e edifici governativi» domenica nel Sichuan e altri incidenti simili si sarebbero prodotti in altre cinque città del sud del Gansu.
Il quotidiano del Tibet ha affermato oggi che 24 presunti ribelli di Lhassa dovrebbero presto essere condannati per «aver messo in pericolo la sicurezza dello stato», il 14 marzo scorso. Un crimine solitamente punito con condanne pesanti e a volte con la pena di morte. Il bilancio ufficiale degli scontri è di tredici civili, «innocenti vittime» dei ribelli, e trecento feriti, ma il governo tibetano in esilio parla di un centinaio di morti. Secondo il procuratore di Lassa, Xie Yanjun, «questa infrazione alla legge è stata organizzata, premeditata e accuratamente preparata dalla cricca del Dalai Lama». Non si sa se i 24 arrestati fanno parte delle circa 170 persone che si sono spontaneamente arrese alle autorità.
Intanto le autorità cinesi continuano ad attaccare il Dalai Lama, e nel Quotidiano del Tibet di ieri, Zhang Qingli, segretario del Partito comunista in Tibet, dichiarava per esempio: «Portiamo avanti una lotta intensa di fuoco e sangue, una lotta a morte contro il Dalai Lama e la sua cricca».
Di fronte a questi violenti attacchi, il leader spirituale dei tibetani continua a denunciare–dal suo esilio di Dharamsala in India–«il genocidio culturale» cinese, a difendere la non violenza, a pronunciarsi contro l’indipendenza del Tibet, e a sostenere le Olimpiadi di Pechino. Si è anche detto pronto a incontrare il presidente cinese Hu Jintao. E da giorni minaccia di dare le dimissioni da capo del governo in esilio.
Il Dalai Lama sembra però abbastanza isolata da quella che i suoi avversari chiamano la sua «cricca». A Dharamsala, i giovani radicali che fanno parte del Congresso della gioventù tibetana [Tyc] rivendicano l’indipendenza, il proseguimento delle manifestazioni e il boicottaggio dei giochi olimpici. Ieri hanno incontrato il Dalai Lama, che poco dopo ha chiamato alla ripresa del dialogo con Pechino e ha esortato le autorità cinesi a una gestione pacata dei disordini. Ma ieri sera, Pechino soffiava sul fuoco. Il portavoce del ministero degli esteri Qin Gang, dichiarava così che il Dalai Lama è «un rifugiato politico impegnato nell’attività di dividere la Cina sotto la copertura della religione». Una posizione che rischia di spingere i tibetani ad andare avanti con le proteste. Il governo cinese si è anche detto preoccupato di un possibile incontro tra il premier Gordon Brown e il leader spirituale buddista. Oggi, le dichiarazioni del rappresentante britannico per Africa, Asia e Onu, Mark Malloch-Brown, non rassicureranno la Cina. Il diplomatico ha infatti chiesto agli atleti britannici che parteciperanno alle Olimpiadi di «dire la verità» su quello che accade in Cina. Malloch-Brown si è però detto contrario al boicottaggio delle Olimpiadi. Proprio oggi, Pechino ha deciso che la torcia olimpica passerà per il Tibet, «dove ormai la situazione si è stabilizzata».






