Quanto è difficile raccontare la guerra in Iraq

Per il secondo giorno, le truppe regolari del governo iracheno, appoggiate dai soldati britannici ancora di stanza a Bassora, stanno combattendo contro le milizie dell’esercito del Mahdi, guidate dal leader religioso sciita Moqtada al Sadr. Le vittime sono state almeno 40–ma è una stima molto prudente–nella sola Bassora, e almeno 225 sono stati i feriti. L’operazione era in preparazioine da tempo, anche l’esercito del Mahdi da agosto scorso aveva proclamato un cessate il fuoco, rinnovato il mese scorso da un discorso di al Sadr. I combattimenti, per altro, non si limitano alla seconda città del paese, ma si sono estesi pure ai quartieri sciiti di Baghdad, specialmente Sadr city, l’enorme suburbio sciita a sud di Baghdad. Nella capitale, alcuni colpi di mortaio sono caduti nella Zona Verde, l’area superblindata dove si trovano le ambasciate e il quartier generale delle truppe statunitensi. Un soldato statunitense è rimasto ucciso e altre quattro persone sono state ferite. Il generale Petraeus, comandande delle forze di occupazione Usa, ha accusato l’Iran di essere dietro l’azione contro la Zona Verde e più in generale di appoggiare le milizie di Sadr. Il premier iracheno Nouri al Maliki ha intimato un ultimatum di 72 ore: entro tre giorni i miliziani devono arrendersi e consegnare le armi oppure ci saranno «severe conseguenze». A Bassora, dov’è in vigore il coprifuoco notturno, i combattimenti di mercoledì sembrano meno intensi di quelli del giorno prima e concentrati–secondo quanto scrivono le agenzie di stampa internazionali–solo in alcuni quartieri. Le truppe britanniche [4 mila soldati, acquartierati attorno all’aeroporto] non avrebbero preso parte agli scontri, ma hanno fornito appoggio all’esercito e alla polizia iracheni.
Non meno violenti i combattimenti a Sadr city. Nella zona sciita, i miliziani dell’esercito del Mahdi hanno aperto il fuoco contro i soldati regolari iracheni e contro i soldati statunitensi. I morti sarebbero stati almeno 15 e i feriti un centinaio. Altri scontri, inoltre, sarebbero avvenuti a Kut, una città a maggioranza sciita nel sud dell’Iraq. Il governo iracheno ha lanciato l’offensiva contro le milizie sciite per riprendere il controllo di Bassora, snodo dell’esportazione petrolifera irachena e porta del paese sul Golfo persico. Il rischio, però, è che la decisione di arrivare al controllo di Bassora attraverso le armi porti a incrinare l’alleanza sciita-kurda che consente alle fragilissime istituzioni irachene di andare avanti. Anche se Sadr è rimasto isolato dal resto delle formazioni politiche sciite, continua ad avere molto seguito e la sua milizia è stata finora una di quelle meglio organizzate. La tregua proclamata da agosto ha contribuito a «migliorare» la situazione nel paese. Nonostante quello che dice Petraeus.

Negli ultimi cinque anni, l’Iraq non ha mai smesso di essere la più importante vicenda di esteri e la più grossa sfida per le testate e i giornalisti di tutto il mondo. Tuttavia, nello stesso tempo, la nostra capacità di raccontare quella che deve essere la guerra più importante degli ultimi 30 anni si è erosa, al punto in cui i giornalisti, per quanto grande e ricca di risorse sia la loro testata, possono solo cercare di fornire una istantanea dell’impatto della guerra sulla società irachena.
Sono tornato in Iraq di recente per la prima volta dopo 18 mesi, per realizzare un documentario sugli iracheni qualunque che ho conosciuto in 10 anni di lavoro giornalistico dal Paese. Ma operare lì come giornalista non è mai stato più difficile.
E’ molto diverso, e lo è sempre stato, quando si tratta di raccontare la storia dal punto di vista delle forze armate americane e britanniche. Se c’è una cosa che non è cambiata dal 2003, è il sistema che è diventato noto come «embedding». L’espressione fu inventata per la guerra in Iraq, a significare una situazione in cui i giornalisti mangiano, dormono, viaggiano, e si trovano sotto attacco assieme ai soldati britannici e a quelli americani, e perciò vedono la guerra esclusivamente da quella prospettiva.
Per il primo anno e mezzo dell’occupazione, l’Iraq è stato una storia che era accessibile, e si poteva seguire in modo completo da tutte le angolature – dalla mancanza di qualunque pianificazione efficace per il periodo successivo all’invasione, all’impatto del collasso economico nel Paese, e alle sfide quotidiane che avevano di fronte i soldati britannici e americani completamente impreparati ad agire da occupanti militari e costruttori di nazioni. I giornalisti potevano viaggiare e raccontare tutte queste storie e altre.

La cosa fondamentale era che a raccontare l’Iraq era una varietà enorme di testate e corrispondenti. Giornalisti freelance indipendenti potevano operare a fianco di quelli che facevano parte di una redazione, e non solo occidentali. Giornalisti arabi di pubblicazioni più piccole e meno note e di canali di informazione satellitari raccontavano la storia. Questo rendeva il giornalismo non solo possibile, ma anche una carriera importante per un numero enorme di giovani iracheni che non lo avrebbero mai preso in considerazione sotto la dittatura di Saddam Hussein.
C’era anche una straordinaria diversità di vedute sulla guerra e l’occupazione: blogger indipendenti come l’eccellente Dahr Jamail, americano di origini arabe, operavano a fianco di giornalisti del New York Times, della ITV, e di al-Jazira. Ma con il peggiorare inesorabile dell’insicurezza, della violenza, e dell’instabilità politica dalla fine del 2004, la capacità dei media di raccontare tutti i lati della vicenda cominciò a esaurirsi.
Un numero sempre maggiore di iracheni iniziò ad avere sentimenti ostili e a odiare la presenza dell’influenza occidentale nel Paese. Nonostante fossero stati sequestrati migliaia di iracheni, generalmente per ragioni finanziarie, dei sequestri si cominciò a parlare quando furono presi contractor e giornalisti occidentali.

Andare in giro per Baghdad, o parlare con la gente per strada, divenne incredibilmente pericoloso. Ora è quasi impossibile, a meno di non essere circondati da guardie del corpo armate o di attenersi alla «regola dei 20 minuti» – ovvero di non concedersi più di 20 minuti per uscire da una macchina, parlare con gli iracheni, e poi andarsene. Un po’ di più e quelli che stanno a guardare telefoneranno alle milizie locali per dire che hanno visto degli occidentali per strada.
Adesso è fatale venire collegati a qualsiasi cosa di occidentale. Poco prima di volare a Baghdad, ho telefonato a un collega del canale arabo di al-Jazira. Stava passeggiando nel centro della città. L’ho salutato in inglese, ma ha risposto in arabo, e ha continuato a parlare, facendo finta che io fossi sua madre e dicendo che sarebbe stato a casa presto. Più tardi mi ha chiamato per dire che sarebbe stato troppo pericoloso parlare inglese.
Questa paura di venire collegati a qualsiasi cosa di occidentale ha conseguenze terrificanti. In Siria vivono quasi un milione e mezzo di rifugiati iracheni, per lo più del ceto medio, ma perfino in esilio gli iracheni sono terrorizzati di mostrare i loro volti. Funzionari dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati mi hanno detto che ci sono stati quattro casi di iracheni uccisi specificamente perché erano stati intervistati da giornalisti occidentali. A Baghdad, è difficile trovare iracheni disposti a parlare davanti alle telecamere esattamente per questa ragione.

Uno degli aspetti dei pericoli del fare giornalismo in Iraq di cui meno si parla, o che viene ammesso di meno è che adesso sono solo le testate più ricche a poterci rimanere. La ragione è semplice – l’assicurazione. I costi del mandare personale a Baghdad e tenercelo sono astronomici: i «consulenti per la sicurezza» occidentali [«mercenari» è più accurato] ingaggiati dalle testate televisive vengono pagati attorno alle 400-700 sterline al giorno l’uno. I broker assicurativi hanno più voce in capitolo dei capiservizio esteri su dove vanno i giornalisti. Più il giornalista è famoso, più è costoso, e perciò meno probabile che a lui o a lei venga consentito di lasciare le basi militari o la Green Zone, a meno che non sia scortato da guardie armate o dall’esercito. [Una lamentela che ho sentito da John Humphrys, Huw Edwards, e Jon Snow] [tre nomi celebri del giornalismo radiotelevisivo inglese, NdT].
Sono stato criticato da alcuni colleghi quando avevo detto che ritenevo che le testate televisive stessero perpetrando una piccola frode ai danni dei telespettatori britannici per il fatto di non spiegare i gravi limiti alla nostra capacità di lavorare in modo globale dall’Iraq. Lo confermo, e oggi lo credo ancora di più. Quando sono tornato a Baghdad, sarebbe stato facile dare l’impressione che stessi passeggiando liberamente in giro per la città, che è l’impressione che si riceve dagli stand up. Quello che non si vede sono le tre guardie britanniche armate fino ai denti con le radio ricetrasmittenti e le auto di appoggio da cui siamo circondati.

Vivere fuori dalla Green Zone – i quasi 13 chilometri quadrati del centro di Baghdad colonizzati dall’esercito e dalla forze di sicurezza statunitensi – era un punto d’onore per molti giornalisti. Ma la Green Zone è arrivata da loro. Tutti i principali uffici di corrispondenza – che sia al-Jazira, la Bbc, la Cnn, o la Itv–in effetti devono essere compound fortificati, con torrette, muri di cemento anti-esplosione, e controlli di sicurezza. Lo stesso vale per l’Hotel Hamra, utilizzato per lo più dai giornalisti della carta stampata.
I giornalisti devono continuare a lavorare in Iraq, e molti continuano a farlo coraggiosamente e con impegno. Qualunque quantità di notizie è meglio di niente. Ma, a cinque anni dall’invasione, trovo impossibile sfuggire alla conclusione che l’Iraq è una contraddizione: è ancora la più importante vicenda di esteri, ma la violenza e l’insicurezza che continuano l’hanno reso anche un abisso dell’informazione.

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