Nonostante gli sforzi, politici e organizzativi, la propaganda del governo di Pechino non riesce a bloccare la protesta dei monaci buddisti e dei cittadini tibetani. Anche la visita a Lhasa, organizzata dalle autorità cinesi per una trentina di giornalisti stranieri, ieri, si è risolta in un boomerang, quando una trentina di monaci sono riusciti a bucare i cordoni di poliziotti e a inscenare una breve manifestazione di protesta contro la repressione. La manifestazione è avvenuta nei pressi del tempio di Jokhang e la notizia–censurata dai media cinesi–è subito rimbalzata sui network mondiali. I reporter presenti hanno riferito che i monaci gridavano che «il Tibet non è libero» ma anche che «il Dalai Lama non ha nulla a che fare con le proteste». Pechino accusa il leader tibetano in esilio di essere invece l’organizzatore delle manifestazioni dei giorni scorsi. I monaci hanno riferito che dall’inizio delle proteste, il 10 marzo scorso, gli è proibito uscire dal tempio, che è uno dei luoghi sacri del buddismo tibetano. La polizia antisommossa è intervenuta poco dopo per isolare l’area, mentre i giornalisti venivano portati a visitare una clinica e un magazzino dove secondo le autorità cinesi cinque donne sono state bruciate vive dai manifestanti.
Uno dei giornalisti presenti, del quotidiano britannico Financial Times, riferisce che Lhasa sembra una città in guerra, con soldati ad ogni angolo di strada e «un persistente odore di bruciato, soprattutto nel quartiere storico», dove vivono quasi esclusivamente tibetani. Gli scontri, secondo il reporter, potrebbero essere stati più duri di quanto non si creda. Nelle zone cinesi della città, invece, la vita sembra procedere normalmente.
Poco prima della partenza dei giornalisti per Lhasa, a Pechino, il governo aveva organizzato una conferenza stampa per spiegare i «programmi di educazione patriottica per i monaci» tibetani, che dovrebbero servire a contrastare la «cricca» del Dalai Lama e le «infiltrazioni» straniere. Tutte le operazioni, però, si stanno rivelando dei boomerang. L’associazione dei giornalisti stranieri residenti a Pechino ha consegnato una nota formale di protesta per la censura che circonda le vicende tibetane e perché il comportamento di Pechino «non rispecchia le promesse fatte al momento dell’assegnazione dei giochi olimpici».
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