La «Guerra Sucia» della Colombia

Alla fine di febbraio, il presidente colombiano Alvaro Uribe incitava migliaia di persone a manifestare contro il terrorismo e contro i sequestri delle Farc. Allora, allo sguardo occidentale, il paese sembrava un’onda omogenea ed unanime, una folla unita contro un fenomeno terribile ed opprimente come quello del terrorismo e dei sequestri di guerriglieri senza scrupoli. Il messaggio, visibile a gran lettere nei cartelloni appesi dai palazzi presidenziali, era «O con Uribe, o con i terroristi e le Farc».

La crisi diplomatica seguita alla morte di Raul Reyes e la pacificazione che ne seguì, allontanò dai fari dell’interesse occidentale la reale situazione colombiana: i 4 milioni di sfollati, i 300 mila morti, i 15 mila desaparecidos ed una popolazione al 40 per cento sotto la soglia di povertà.
Ma la gente di Bogotà e delle altre città colombiane non smise di esprimere il suo scontento rispetto ad una guerra «sucia» [sudicia] e nascosta, che affligge senza rimedio la Colombia da anni, che minaccia, sequestra e uccide chi non segue le leggi dei gruppi paramilitari, legati al narcotraffico e agli esponenti parlamentari del governo in carica. Una guerra troppo vasta per essere attribuita unicamente alla attività sovversiva delle Farc.

Il 6 marzo scorso, centinaia di associazioni della società civile colombiana, gli esponenti dell’opposizione e oltre trecento mila persone hanno di nuovo riempito le vie della capitale per urlare contro le vessazioni del terrorismo di stato, dei commercianti di droga, dei parlamentari corrotti. Denunciarono i sequestri dei contadini, le morti dei sindacalisti, misero a nudo gli attori di questa guerra senza fine di cui il governo Uribe continua a non ammettere l’esistenza.
Quello stesso giorno il consigliere presidenziale, Josè Obdulio Gaviria, siglò la manifestazione come «organizzata dalle Farc e filo terrorista», e a distanza di pochi giorni il gruppo paramilitare «Aquilas Negras» assassinò quattro dirigenti sindacali organizzatori della manifestazione, sequestrò esponenti dell’opposizione, minacciò decine di dirigenti ed attivisti di associazioni per i diritti umani. Via internet si diffondeva un comunicato in cui si dichiaravano gli «obiettivi militari» da raggiungere, tra cui media, Ong, ambasciate, parlamentari e cittadini sospettati di dare appoggio logistico alle Farc: «Vi colpiremo ad uno ad uno e non permetteremo alla società civile colombiana di alzar la testa», era il messaggio più diffuso.
In risposta alle pressioni subite, otto ambasciate straniere hanno denunciato episodi d’intimidazione al governo nazionale, mentre moltissime associazioni di tutto il mondo hanno lanciato un appello, in cui si chiedono al presidente Uribe le immediate dimissioni del consigliere Gaviria, l’individuazione e l’arresto dei responsabili degli omicidi attribuiti ai gruppi paramilitari, e la salvaguardia dell’integrità fisica delle persone sotto minaccia.

E mentre oggi si parla di un accordo per la liberazione di Ingrid Betancourt, o dell’arresto del senatore Ruben Dario Quinterno, collaboratore dei movimenti paramilitari di destra, i campesinos colombiani si chiedono ancora una volta chi sia il vero colpevole di questa guerra di terrore, se non il governo. «Per giustificare la macchina da guerra messa in piedi con l’aiuto di Washington–spiega un prete nel Chiarà–si sminuisce il coinvolgimento della gente nella causa rivoluzionaria, si liquida la questione della guerriglia svilendola nel calderone del terrorismo e si militarizza il paese». Secondo loro, infatti, le Farc combattono, disseminano mine antiuomo, sequestrano e a volte uccidono vittime innocenti, si servono del narcotraffico per finanziarsi, ma non costringono decine di famiglie ad abbandonare villaggi e campi per rivenderli alle multinazionali, né uccidono sindacalisti o chi lotta per la difesa dei diritti umani.
Per firmare l’appello: solidaridadmovice@gmail.com

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